Recensioni
Parti per un concerto e ti ritrovi praticamente in un rave. Non che la sorpresa fosse tale, a dirla tutta. I trascorsi di Dominick Fernow come Prurient li conoscevamo già e quelli della prolifica (re)incarnazione come Vatican Shadow, pure. C’è però sempre spazio per l’inatteso, quando si incastrano una serie di cose. Andando con ordine, il Teatro Lo Spazio è una sala polivalente – un po’ club, un po’ teatro, un po’ spazio per performance e/o concerti – proprio sotto la basilica di San Giovanni: cosa che stavolta ha poco a che vedere col solito concertone del primo maggio ma molto col moniker scelto da Fernow per le sue uscite à la Muslimgauze degli ultimi anni. Il fatto poi che la serata prevedesse uno spettacolo teatrale dal titolo 33 di cui parte della scenografia era una gigantesca croce bianca, e qui i più attenti saranno giunti alle logiche conclusioni, non fa che ingigantire ancor di più il mix di sacro e profano protagonista della serata.
Tempo zero e il piccolo teatro diviene una sala per concerti, con Mai Mai Mai pronto in consolle: il progetto in solitaria di un noto agitatore dell’underground romano prevede travisamento d’ordinanza, macchine, nastri e visuals per fiumane di suoni droning scuri e malleabili, pronti a spostarsi verso lande industrial o da neo-elettronica rituale e fluttuante. Notevole e con un disco in uscita che mieterà molte vittime.
In attesa di un Fernow leggermente sovrappeso, Rawmance aka Matèo Montero parte di dj-set scuro e acido, ottimo in sé e non solo come preparazione del terreno. L’ospite più atteso sale sul palco all’una di notte abbondante e mette in scena una bomba di concerto in cui il piatto forte della casa si inspessisce e irrobustisce deflagrando quasi da subito sull’onda delle epilessie sceniche del suo autore. Spettacolo nello spettacolo, animale da palco, isterico e spigoloso Fernow ci sorprende per la teatralità feroce con cui tratta la materia musicale – sì, ok, la storia a.k.a. Muslimgauze è lì, evidente, lo sappiamo, ma c’è molto altro, specie in sede live – e se stesso come parte integrante di quella rappresentazione. Ossessiva, meccanica, catartica. Sfasata, triturata, etimologicamente eccentrica.
Sopra però dicevamo di incastri e rave. È la consistenza del suono di Vatican Shadow a colpirci, con quella cassa dritta da disarmo post-industriale ipnotica e violenta oltre ogni aspettativa per noi abituati all’idea di un set altrettanto malato ma su versanti più ambient. Più liquido e meno materico quale invece è l’ora di devasto cui ci sottopone l’uomo in nero: cassa dritta, voragini da subwoofer, apocalisse techno, pulviscolo industriale, ambientazioni oscure e immaginario da rave dei tempi andati, tra capannoni industriali dismessi e sfattume da no future. Bei tempi quelli, bel presente questo. Stasera ha vinto Fernow.
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