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A un anno dal tour celebrativo per i quindici anni di Canzoni da spiaggia deturpata, ora che Le Luci della Centrale Elettrica sono tornate un fioco bagliore, Vasco Brondi continua il percorso autografo inaugurato tre anni fa con il buon Paesaggio dopo la battaglia. Un segno di vita è un disco che restituisce l’immagine di un cantautore inquieto (nei testi) eppure pacificato (nella produzione). Un continuo movimento alla ricerca di un centro di gravità permanente che canalizzi l’incedere scrosciante di quel flusso di parole, pensieri, riflessioni in una forma canzone meno contratta, maggiormente votata a una certa coralità nell’arrangiamento e alla melodia. Come per il precedente album, a quadrare la formula troviamo Federico Dragogna e Federico Nardelli, qui al lavoro su una produzione dalle cromie distese su cui Brondi costruisce storie di sogni, speranze, delusioni, fughe obbligate e ritorni necessari.

Un segno di vita è un album su questi tempi bui eppure attraversato da un costante desiderio di rivalsa, come una piccola fiamma che Illumina tutto. Uno sguardo “altro” che mette all’angolo il caustico nichilismo degli esordi preferendogli uno sguardo compassionevole ed impressionista: ritroviamo lo spaesamento di Sara (Illumina Tutto), storie sull’imparare a ‘sopravvivere’ (Fuoco Dentro con Nada a far da solido contraltare), sul riuscire ad accettare la realtà e le sue storture (Fuori Città), sul non lasciare andare quel passato figlio di ingombranti passioni per CCCP, Pasolini, Paz, Gipi e gli altri protagonisti di una provincia sonica che (da sempre) par destinata ad essere vessillo di un’intera penisola (Va’ dove ti esplode il cuore).

Scritto in viaggio e, in parte, registrato in un rifugio in Valle D’Aosta dell’amico scrittore Paolo Cognetti, l’album porta addosso i segni di una narrazione intimista ed interlocutoria – alla stregua delle ambientazioni de Le Otto Montagne di Cognetti – dove il ‘suono’ si confonde con un taglio paesaggistico, fisico o immaginario che sia. Sotto il profilo della produzione Brondi e il suo team hanno imbastito un folk-rock melodico e corale, impresso su matrice Arcade Fire per capirci, utile a tradurre malinconie assortite (Incendio), o semplicemente esaltare la melodia (Luminose che ricorda il Carboni dell’album omonimo del 1992), irrobustire le parole con intelaiature orchestrali (Vista Mare) o renderle più solenni (la struggente La stagione buona, che ricorda l’epica del Generale di De Gregori).

Da Costellazioni, pubblicato 10 anni fa, al successivo Terra, Vasco Brondi ha spostato il focus dal quotidiano all’universale – dall’io al noi – abbracciando nel frattempo spendibilità pop sia in senso vocale e melodico sia dal punto di vista di arrangiamenti anche presi dal mondo che ne hanno fatto, in passato, una sorta di Jovanotti alternativo, se non altro più serioso. Oggi la quadratura del cerchio è rappresentata da questa sorta di mini-album (36 minuti in tutto) fatto di buone canzoni che paiono l’ideale versione adulta dei suoi primi dischi: l’autobiografica Va’ dove ti esplode il cuore è emblematica in questo senso così come l’immaginifica Illumina tutto.

Un disco in cui ritrovi la storia di un certo cantautorato. Metti Guccini per la prima o anche Vasco Rossi per la seconda. E ci ritrovi un cantautore con una sua cifra stilistica riconoscibile che si pone come convincente continuatore di una traduzione. Il rischio ora è quello della caricatura. Ed è da queste canzoni che vedremo dove Brondi andrà. Se questo sarà il suo Liberi Liberi, per capirci.

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