Recensioni

6.8

Chitarra nera, primo singolo estratto dal primo album a nome Vasco Brondi dopo i 4 dischi pubblicati dal musicista con il moniker Le luci della centrale elettrica, ci ha riportati inaspettatamente all’intensità senza filtri dell’esordio Canzoni da spiaggia deturpata: una sintonia immediata suscitata dai temi trattati dal brano e dall’efficacissimo taglio narrativo dei testi, con quel procedere quasi in forma dialogica ma anche emotiva e diaristica preso in prestito dalla quotidianità e ben retto da ambienti musicali cuciti perfettamente sulle parole. La domanda, poi, è nata in maniera spontanea: che sia questo misto di ambient/musica contemporanea il contenitore perfetto per il Brondi-pensiero 2.0, con buona pace di chi lo critica per non saper evolvere la sua “forma canzone”? Dobbiamo ammettere che la prima volta che abbiamo ascoltato la traccia ci siamo baloccati per per tutta la sua durata con questo interrogativo, traendone anche un certo piacere indagatorio. Tanto che quando è arrivato il secondo singolo Ci abbracciamo, con quell’aura un po’ Bon Iver e un po’ Coldplay tra le righe di un ottimo testo, siamo rimasti un tantino interdetti, nonostante la buona scrittura generale.

Se nel disco d’esordio di Le Luci della centrale elettrica, con cui questo Paesaggio dopo la battaglia condivide una copertina analoga per suggestioni e cieli plumbei, l’ambito di riferimento era un cantautorato diretto e senza troppi fronzoli – non dimentichiamo che se oggi Calcutta riempie i palazzetti dello sport, il merito è anche del Brondi del 2008, che assieme a Dente sdoganò una riscoperta della tradizione cantautorale italiana da parte del pubblico più giovane – qui le scelte stilistiche sono più variegate e in linea con gli ultimi dischi del musicista, anche se il risultato finale ci sembra più coeso e meno “esplorativo” rispetto a quel Terra pubblicato 4 anni fa. È un Brondi certamente ispirato quello che si ascolta, che quando lavora sulle suggestioni e su una musica dagli orizzonti ampi e gli spazi aperti, più che su un songwriting convenzionale che vorrebbe gratificare i detrattori dei suoi testi fiume (quello che emerge in una non indimenticabile Città aperta o in una title track che finisce dalle parti di De Gregori forse senza nemmeno volerlo), tira fuori una 26000 giorni che diventa una bellissima metafora del vivere ogni momento come se fosse l’ultimo, o magari una Luna crescente piuttosto evocativa nei timbri. Brani che lavorano per immagini interiori molto forti e su suoni che seguono il flusso costante dei testi, col fine di valorizzare non solo la melodia ma anche i silenzi.

Nel disco hanno suonato Rodrigo D’Erasmo, Enrico Gabrielli, Alessandro “Asso” Stefana, Gabriele Lazzarotti, Mirco Mariani, Mauro Refosco, e il loro contributo, assieme a quello del co-produttore Taketo Gohara,  finisce per dare lustro ad arrangiamenti spesso molto coraggiosi e ben poco indie. Il vero peccato, semmai, è che non tutti i brani siano al livello della già citata Chitarra Nera, perché in caso contrario avremmo parlato di un disco davvero perfetto. Di brani così ce ne sono almeno tre, anche se il resto del programma non fa comunque rimpiangere il tempo investito nell’ascolto di questa quinta prova del musicista. Il Vasco dell’indie nazionale è certamente cresciuto, e rimane un artista da apprezzare anche solo per la capacità di porsi interrogativi importanti in un momento storico in cui sono in pochi a farlo.

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