Recensioni

Non è facile decifrare cosa sia accaduto davvero negli ultimi tre decenni, ma che sia necessario farlo – o almeno provarci – pare inconfutabile. Vale a dire: è evidentemente cambiato qualcosa, in profondità e diffusamente, modificando le prassi del vivere e il modo stesso di pensare il mondo, o se preferite il modo in cui ci pensiamo nel mondo. Si tratta di un tema così vasto e complesso da intimorire, a partire dal fatto che: è sostanzialmente invisibile. Perché si è fatto largo fuori e dentro progressivamente, colonizzando le abitudini, le forme del comunicare, i codici del sentire. Lo puoi aggredire da tante angolazioni, un tema così, tenendo presente che in ogni caso sarà un’impresa estremamente complessa. Ad esempio, puoi provarci con la musica.
Sostenere che Valerio Mattioli abbia scelto come chiave di lettura dell’attuale frangente storico – dello zeitgeist? – la vicenda artistica di Aphex Twin, Autechre e Boards Of Canada, può essere un buon modo per iniziare a dire cosa sia Exmachina. Anche se, a onor del vero, si tratta di un’affermazione inesatta, persino fuorviante. I termini della questione potrebbero in effetti essere addirittura rovesciati: Mattioli indica infatti nel lockdown l’innesco delle riflessioni che oggi abitano queste pagine. L’isolamento repentino del 2020, condito da quella bella atmosfera apocalittica/distopica che ben ricordiamo, ha fomentato in lui il bisogno di mappare storicamente il territorio psichico e culturale del presente, ovvero a ripercorrere/ricalcolare lo strano percorso che ci ha portati quasi tutti quanti (cit.) fino a questo punto. Il fatto che abbia individuato nella traiettoria delle tre punte di diamante della Warp una sorta di luce guida, può apparire pretestuoso, ma la sfida di Exmachina è appunto chiarire quanto si tratti invece di una scelta conseguente, anzi inevitabile.
“Storia musicale della nostra estinzione” è un sottotitolo che può sconcertare, ma vi assicuro che non è messo lì per attizzare la curiosità del lettore stanco di saggistica standard, e lo stesso vale per quell’imperscrutabile formula riprodotta in quarta di copertina. Come scrive Simon Reynolds nell’introduzione, al cuore del volume c’è come una sorta di «impressione estaticamente paranoica che la musica sia indipendente dai disegni umani e abbia un suo oscuro programma. Non erano gli umani a fare la musica, era la musica a rifare – e disfare – gli umani come categoria».
Premetto che non è semplice sintetizzare il contenuto di questo libro, così denso e stratificato che le circa trecento pagine alla fine sembrano il doppio o anche di più. Comunque, tocca provarci: il discorso prende le mosse dal germogliare della techno, della cultura rave e dell’IDM in un periodo storico che, nella dinamica di aspettative e timori per l’imminente passaggio al nuovo millennio, vedeva la tecnologia integrarsi sempre più alle questioni umane grandi e spicciole, dettando i tempi, l’agenda e le possibilità del quotidiano, sovrapponendosi progressivamente alle prassi consuete – della comunicazione e della socialità in primis – fino a sostituirle con una loro versione più… evoluta?
Rifacendosi al pensiero del celebre collettivo Cybernetic Culture Research Unit, quindi pescando dagli scritti degli immancabili Nick Land, Kodwo Eshun e Mark Fisher, a loro volta ispirati dal pensiero di Deleuze e Guattari, Mattioli individua l’origine del suddetto processo di artificializzazione negli albori stessi dell’automazione. È lo stesso Eshun a porre le domande cruciali nel suo Più brillante del sole: «Chi comanda chi? Chi si adegua ai linguaggi dell’altro? Quale misteriosa forza mi lega alla macchina che ho davanti, e quale strana potenza occulta lega lei a me?». Risposta: «È la macchina a forzare la musica in direzioni inumane». Era tutto già apparecchiato, sul punto di precipitare. L’avvento del web avrebbe fatto crollare un paradigma già ampiamente minato alla base.
L’uscita della compilation Artificial Intelligence della Warp rappresentò un vero e proprio spartiacque, simbolicamente o meno: correva il 1992 e la “futuritmacchina” viveva forse la sua stagione più calda tra i rave degli 80s e i free party dei 90s, anche se si apprestava a traslare nei salotti dopo essersi opportunamente depotenziata in modalità chill out (emblematica l’immagine di copertina, con l’androide intento ad ascoltare vecchi vinili languidamente stravaccato in poltrona). Da battito cardiaco febbrile e macchinico di un rito sciamanico/liberatorio pervaso di tendenze anarcoidi e anti (meglio: extra) sistema, la musica elettronica andava ridefinendosi come colonna sonora di decompressione esistenziale. Ancora ballabile, quasi, ma anche no. Ovviamente debitrice delle evoluzioni ambient messe a punto da Eno tra i Settanta e gli Ottanta.
Tra i protagonisti di Artificial Intelligence c’erano due nomi destinati a fare la storia della Warp e non solo: Aphex Twin (sotto lo pseudonimo di The Dice Man) e Autechre (con due pezzi sui dieci totali in scaletta). L’esplorazione di Mattioli qui entra nel vivo, iniziando col passare al setaccio biografia (leggenda, enigmi, apparizioni, allucinazioni) e discografia di Richard David James, il trickster subumano e sovrumano, lucid dreamer e scoperchiatore di vasi di Pandora. Il modo in cui Aphex Twin scassinò l’immaginario musicale dei 90s fu una scorribanda al tempo stesso allucinata e ingegneristica, una stregoneria lucida che lascia ancora oggi a bocca aperta, coi suoi varchi ancora aperti su una realtà retta da leggi fisiche diverse, quindi sguardi terzi – alieni? – sulla nostra realtà. Sguardi non più umani.
Il tema è appunto questo: la macchina ci sta(va) rendendo alieni rispetto alla realtà per come l’abbiamo conosciuta finora. E rispetto a noi stessi. Retromania e hauntologia erano (sono) chiavi dialettiche per comprendere questo processo di post-umanizzazione. Gli Autechre – biograficamente invisibili rispetto all’istrionismo mercuriale di Aphex Twin – spostano più avanti il discorso con la loro musica pressoché depurata del fattore umano, ormai impossibile da ballare perché «siamo noi che non disponiamo delle articolazioni necessarie», quindi quasi inascoltabile perché emanazione di un’intelligenza artificiale (di un cervello sintetico) indifferente alla dimensione umana. La loro è musica da insetti «in quarzo e titanio», una specie che ci ha sostituiti per pura, implacabile superiorità. La musica della nostra estinzione.
In questo senso, i Boards Of Canada arrivano sul finire dei Novanta a chiudere il cerchio. Curioso come già dal punto di vista biografico si propongano come una sintesi rispetto ai colleghi Autechre e Aphex Twin: del duo scozzese si hanno infatti notizie tanto vaghe quanto equivoche, il loro passato è immerso in una caligine incerta ma calda, un tepore strano, inafferrabile e subliminale che attraversa anche la loro musica. Sembra, per farla breve, il suono della macchina impegnata a ricordarci. In uno dei tanti passaggi da sottolineare che infestano (!) queste pagine, Mattioli sostiene: «L’hauntologia non era semplicemente la memoria nostalgica di un passato ancora carico di promesse mai avverate. Piuttosto, i suoi spettri erano i lemuri di una catastrofe già avvenuta. Lo sguardo retroriferito della lenta cancellazione del futuro veniva dal futuro stesso. La Memoria è una Profezia».
Se la prosa di Mattioli è estremamente acuta e visionaria in modalità “critico musicale”, quando allarga l’obiettivo sullo stato profondo delle cose non perde in suggestione e autorevolezza, mantenendosi in equilibrio su una coerenza che lascia in eredità al lettore un bel po’ di angoscia. Purtroppo per noi, non potrebbe essere altrimenti.
Una lettura impegnativa e trascinante per appassionati del genere, fondamentale per tutti gli altri. Un libro molto bello e importante.
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