Recensioni
Mark Fisher
Scegli le tue armi. Scritti sulla musica K-Punk/3
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Stefano Solventi
- 5 Gennaio 2022

Oramai qualunque appassionato di musica conosce o dovrebbe (ri)conoscere l’importanza di Mark Fisher nell’ambito della cosiddetta critica musicale di questi primi vent’anni del ventunesimo secolo. Il contributo del filosofo, sociologo e accademico britannico è anzi così rilevante da avere ridefinito il concetto stesso di critica musicale, suggerendone la porosità dei confini, l’opportunità di un approccio multidisciplinare che tenga conto soprattutto di quanto canzoni e dischi siano emanazione del presente, ne riflettano le vibrazioni profonde, spesso a prescindere dalle intenzioni dei musicisti che le hanno composte e realizzate.
Va detto che Fisher – da buon “seguace” di Gilles Deleuze, Slavoj Žižek e Nick Land – sembra più interessato a interpretare la realtà attraverso le arti (letteratura, cinema, musica…) che non al processo contrario, anche se applicando tale “metodo” finisce col promuovere la produzione artistica a elemento chiave per decodificare la realtà. In altre parole, la sua indagine filosofica somiglia a una pratica di superamento delle limitazioni disciplinari, una prassi speculativa da cui anche la “semplice” critica musicale è destinata a uscire significativamente arricchita.
Dopo Scritti politici K-Punk/1 del 2020 e Schermi, sogni e spettri. Cinema e televisione K-Punk/2 del 2021, il progetto antologico relativo ai post usciti sul blog k-punk e agli interventi pubblicati su varie riviste, giunge col qui presente Scegli le tue armi al terzo capitolo, appunto quello dedicato agli “Scritti sulla musica” (come recita tra l’altro il sottotitolo). La prefazione di Simon Reynolds appare come una specie di atto dovuto, del resto la presenza del grande critico londinese è diffusa un po’ in tutte le pagine del libro, alludendo a una sorta di partnership implicita tra i due colleghi e amici (ma anche esplicita, come nella assai interessante intervista doppia presente nel volume), spezzata troppo presto (nel 2017) dal gesto estremo di Fisher.
In quanto raccolta, sono da mettere in conto disomogeneità tematiche e formali, ma non parlerei di effetto-zibaldone: sia che parli di post-punk (memorabili le pagine sui Fall, su Siouxsie, sui Cure…) che di pop mainstream o di hardcore continuum, lo sguardo si allunga e spazia in una prospettiva storico/filosofica tanto lucida quanto coraggiosa, suggerisce connessioni del tutto plausibili con le vene aperte dei conflitti di classe, con le correnti sotterranee dell’economia e della politica, coi balzi e i collassi determinati dal progresso tecnologico. A proposito di quest’ultimo aspetto, spiace moltissimo che Fisher non abbia fatto in tempo a valutare l’imporsi dello streaming come pratica di ascolto dominante, ma va detto che le sue considerazioni sull’epoca del download e sui primi vagiti dei social sono già perfettamente a fuoco.
Ad esempio, in un articolo del 2010 (Le tendenze militanti nutrono la musica) a un certo punto sostiene: “Ciò che manca nell’era di Myspace è uno spazio pubblico capace di sorprendere e confondere la comprensione di noi stessi. Dov’è, oggi, l’equivalente del palcoscenico di Top Of The Pops, che poteva essere di colpo invaso da qualcosa di inaspettato?” Se l’allusione a performance tipo quella di Bowie/Ziggy è palese, quanto detto a proposito di Myspace mi pare perfettamente applicabile – mutatis mutandis – all’attuale ingorgo social.
Si consideri anche la lucidità quasi profetica con cui Fisher, in un pezzo del 2013 dedicato all’elettronica mutante di eMMplekz e Dolly Dolly (definiti come “due varianti sonore del surrealismo inglese del ventunesimo secolo”), chiama in causa l’ansia da connessione, “la preoccupazione costante di rimanere aggrappati all’apparecchiatura che ci consente di restare connessi”, in “un mondo senza sorprese, un universo completamente addomesticato”. Non a caso il 2013 era proprio l’anno in cui lo smartphone superava il “vecchio” cellulare in termini di diffusione, uno di quei turning point che abbiamo attraversato senza renderci troppo conto salvo subirne in pieno – e sempre più – le ricadute.
Siamo quindi oltre la semplice critica musicale, ma il punto è proprio questo: dal momento che la musica sembra incapace di proporsi come frattura perché – sempre secondo un acuto Fisher – “diventata parte di questa temporalità inerziale”, tanto da farci sentire la mancanza di “una forma di musica politica che appartenga in modo specifico al ventunesimo secolo”, la critica musicale è chiamata ad ampliare lo sguardo, a scavare e indagare oltre il consueto, ad abbattere il recinto “specialistico” così da avere il coraggio di affermare che “non è la musica a essere rimasta indietro rispetto alla politica, è la politica a essere scomparsa”. E quindi a poter rivendicare abbastanza lucidità e autorevolezza da scorgere il senso e la forza di una band – tipo ad esempio gli Sleaford Mods – non solo nelle peculiarità musicali, ma anche e soprattutto nel modo in cui queste impattano sul quadro del presente (ovvero, nel caso dei Mods, per come risultano funzionali a sostanziare “una coscienza di classe disperatamente consapevole che nulla può trasformare il malcontento in azione politica”).
Al di là delle molte intuizioni in grado di solleticare l’interesse del “semplice” appassionato di musica, Scegli le tue armi suggerisce insomma quello che la critica musicale dovrebbe (provare a) essere per avere ancora senso nel presente e nel futuro prossimo, per esistere cioè oltre il borbottio da contenuto social estemporaneo e in una cornice che postuli una qualche prospettiva. In ragione di ciò è una lettura consigliatissima.
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