Recensioni
Valeria Sgarella
Niente specchi in camerino. La storia dei Soundgarden
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Stefano Solventi
- 29 Luglio 2024

Appena spenta l’onda lunga del trentesimo anniversario dalla morte di Kurt Cobain, esce questo saggio biografico su una delle band che più hanno contribuito all’affermazione globale del Seattle sound in quella strana e formidabile cuspide tra anni Ottanta e Novanta. Se il suicidio del leader dei Nirvana fu segnante in molti modi, decretando un punto di non ritorno con la sua irresistibile forza di attrazione gravitazionale emotiva e con il suo portato simbolico riguardo a quell’epoca cruciale, riavvolgendo il nastro fino al 1991 non si può che individuare in Nevermind il “momento wow” che fece saltare il coperchio del pentolone (determinando un surplus di visibilità per tutte le band che gravitavano nel calderone della “Emerald city”) finendo però d’altro canto per relegare in secondo piano altre proposte altrettanto definite e potenti. È il caso, va da sé, dei Soundgarden, che – vale la pena sottolineare – fecero la loro comparsa nella scena cittadina già nel 1984, tre anni prima che prendesse vita il trio capitanato da Cobain.
Valeria Sgarella, che negli anni ha saputo trasformare una passione genuina (per il grunge) in un bagaglio di competenze con pochi paragoni nel nostro Paese (vedi i suoi ottimi saggi su Andy Wood, sulla Sub Pop e su Seattle), percorre con questo volume la storia della band nata per iniziativa di Chris Cornell e Hiro Yamamoto, a cui si aggiunsero prestissimo il magmatico chitarrista Kim Thayil e a stretto giro il batterista Scott Sundquist (inizialmente ai tamburi stava lo stesso Cornell). Le vicende sono narrate con un livello di dettaglio che testimonia il profondo lavoro di ricerca, comunque salvaguardando la scorrevolezza della scrittura, aspetto che non sorprenderà chi conosce le opere precedenti di Sgarella (nonché il suo lavoro giornalistico, radiofonico e televisivo).
Veniamo così paracadutati nella Seattle degli 80s, città non proprio accogliente e per molti versi contraddittoria, sede di grandi e grandissime aziende eppure pervasa da una strana e irriducibile aura provinciale, come se una chissà quale stregoneria (o quadratura geopolitica) la tenesse al guinzaglio ai margini dell’Impero USA. Proprio questa dimensione ambigua sembra svolgere la funzione del piede che preme sul pedale del sogno, ciò che valeva soprattutto per Andy Wood, frontman di quei Mother Love Bone che stavano appunto per compiere il grande salto (via PolyGram) quando Wood venne trovato senza vita per una disgraziata overdose (eroina). Era il marzo del 1990 e fu uno shock per tutto l’ambiente, per l’amico Cornell in primis.
A quel punto i Soundgarden, che nel frattempo avevano reclutato il talentuoso batterista Matt Cameron, si trovavano in bilico tra il secondo album Louder Than Love (uscito per la A&M) e la grandezza, incapaci di trovare una quadra riguardo la direzione, provati dalle fatiche e dalle difficoltà dei tour (punteggiati da eventi anche rocamboleschi: vedi il racconto tragicomico delle date italiane), il che aveva portato alle dimissioni di Yamamoto, sostituito per un breve periodo da Jason Everman e quindi in pianta stabile da Ben Shepherd.
Dietro l’angolo e la crisi “esistenziale” c’era però, appunto, la grandezza di Badmotorfinger, i riconoscimenti internazionali, una piuttosto consistente celebrità: il resto, come direbbe qualcuno, è Storia. Non semplice però, anzi travagliata, consumata sulla linea di confine tra i dettami del mainstream e un ribollire interiore in cui ancora dettavano legge le stesse inquietudini di partenza, quel non riconoscersi negli schemi e nei riti del mainstream, un’insofferenza che era anche uno “sguardo” sonoro, punto di vista puramente “Seattle” che Sgarella lascia affiorare e sostanzia grazie a dosi generose di testimonianze e aneddoti. Il punto di forza della scrittrice milanese è appunto questo: grazie a interviste di prima mano (a molti protagonisti e comprimari, tra cui due pezzi da novanta come Cameron e Thayil), a ricognizioni sul posto, a un lavoro di documentazione capillare e soprattutto alla capacità di incrociare i dati con lucidità e acume, la narrazione diventa una trama viva, storia orale da un lato e scritta con inchiostro indelebile dall’altro, al tempo stesso razionale e ventrale. Ragion per cui questo carotaggio nella vicenda dei Soundgarden e nel cuore del grunge sgorga vivido, con la sua densità intossicata e guizzante, col sedimento torbido che a gioco lungo porterà sia alla consacrazione irrequieta di Superunknown che ai dissesti interni alla band, un logorio ben evidente nel comunque sottostimato Down on the Upside, preludio a uno scioglimento che sembrerà definitivo.
Sgarella evita di seguire le traiettorie dei singoli componenti durante lo iato prima della reunion del 2010. Neanche si sofferma troppo sull’album – King Animal – che da quest’ultima scaturì. A quel punto la parabola dei Soundgarden sembrava prevedere una coda almeno dignitosa: si era già in fase di revival grunge e questi quattro ex-ragazzi si dimostravano ancora capaci di cavalcare l’estro infiammando le platee con energia intatta. Ma il destino (o chi per lui) aveva in serbo un finale repentino e ahinoi tragico. Dietro l’angolo c’era come sappiamo un altro suicidio, avvenuto nel maggio del 2017, quando Cornell decise di farla finita dopo un concerto a Detroit. Si trattò dell’ennesimo cerchio aperto quasi quattro decenni prima che trovava la peggiore chiusura possibile, delineando una lunga catena di lutti che ha visto protagonisti alcuni dei nomi più importanti del rock anni Novanta.
Niente specchi in camerino – titolo estrapolato da una dichiarazione del tour manager Marc H. Sokol riportata in epigrafe – ha il merito di metterci nella posizione ideale per ricalibrare il bilancio sui Soundgarden, band cardine del grunge ma – come del resto si potrebbe dire per tante band coeve e concittadine – così particolare da suonare a tratti come un corpo estraneo alla scena. C’era in loro una quota di anomalia che non è mai venuta meno, neppure nel momento in cui più sembravano avviati a diventare un ingranaggio del sistema, ben lubrificato in direzione successo. Erano una band formidabile: che altro dire?
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