Recensioni

A due anni dall’ultima apparizione – era il 2012 all’Arena Rho di Milano con i Refused – i Soundgarden sono tornati in Italia al Castello Scaligero di Villafranca (VR). Un set tiratissimo, in cui è stato lasciato poco spazio ai convenevoli, una canzone dietro l’altra senza respiro. La vigilia vissuta con la speranza che il gruppo di Seattle avesse ancora un buon tiro, nonostante lo hiatus prolungato, si è trasformata in consapevolezza. Anzi, citando un amico che li ha visti in concerto all’HellFest di Nantes (gigafestival transalpino con centinaia di gruppi nel proprio roster) un paio di settimane orsono, “Cornell ha ancora una canna del Dio…”.

Shouter d’altri tempi, a parte qualche piccola sbavatura, il Nostro è tutt’ora in grado di fare quello che vuole. Poche storie. In apertura c’è un collega di tutto rispetto, in quanto ad estensione vocale, ovvero Andrew Stockdale con i suoi Wolfmother. Hard rock Settanta al fulmicotone, quello proposto dalla formazione australiana, con un inizio folgorante grazie a New Moon Rising e Woman, immancabili dal vivo. “Special guest” dei Wolfmother, la bambina di Stockdale, che si è esibita sul palco per ballare un pò, strappando sorrisi al padre premuroso e al pubblico divertito.

Con The Jocker and The Thief termina il concerto del gruppo di apertura e cala il logo che campeggia sulla copertina di Badmotorfinger, unica concessione scenografica ad un palco altrimenti spartano. In un tour concepito per ricordare il ventennale di Superunknown, la formazione americana fa comunque un excursus lungo tutta la propria carriera, dagli inizi di Ultramega Ok (Flower) ai pezzi di King Animal, l’ultima fatica in studio post reunion. A sostituire il grande assente Matt Cameron, impegnato in parallelo con il tour dei Pearl Jam, c’è il batterista Matt Chamberlain (ribattezzato dal leader della band MC2).

Apre le danze Searching With My Good Eye Closed, poi il primo classico Spoonman e il pubblico si scioglie. Black Hole Sun, il brano più famoso dei Soundgarden, è una parentesi tra la coriacea Outshined e Jesus Christ Pose, annunciata dall’implacabile (e non potrebbe essere altrimenti) intro della sezione ritmica composta da Ben Shephered e Chamberlain. Blood On The Valley Floor e Been Away Too Long, i brani più recenti, non sfigurano e fanno da ponte per The Day I Tried To Live, particolarmente sentita da Cornell. Dopo My Wave e Superunknown è l’epicità di Blow Up The Outside World a catturare i presenti. Un momento di quiete per l’intro di Fell On Black Days, conclusa con il torrenziale assolo di Kim Thayil. Mentre Cornell ringrazia il pubblico italiano, da sempre fedele al gruppo, Shephered, il bizzoso bassista del gruppo, sembra quasi insofferente (nel corso della serata prende a calci gli amplificatori spia sul palco), nonostante non gli manchi quel modo teatrale e “scattoso” di suonare lo strumento, suo marchio di fabbrica.

Ad ogni modo, il musicista di Seattle si farà perdonare regalando il proprio basso ad uno spettatore a fine concerto, mentre il cantante si limiterà a regalare la propria t-shirt al ragazzo che gli lancia il tricolore durante Outshined. A parte qualche piccolo problema tecnico, specie in Burden in My Hand, il concerto è proseguito a mille con Rusty Cage. Poco dopo, chitarre pesanti come macigni anno annunciato 4th of July, piccolo capolavoro minore dei Soundgarden. Let me Drown e Beyond The Wheel chiudono (dopo circa due ore) nel migliore dei modi il concerto.

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