Recensioni

Arrivo al Locomotiv che Umarell ha appena iniziato: incuriosito dal nome e spinto dall’incurabile completismo del cronista ingravescente, nonostante la settimana lavorativa sulle spalle, sono partito per tempo da Reggio Emilia per arrivare al locale di via Serlio in tempo per ascoltare anche lui. Basta poco per rendersi conto che non ne valeva la pena, se non per squisite ragioni antropologiche. L’affluenza è buona e mi sorprendo a notare come spuntino come funghi da ogni lato cosplayer di Olly; sul palco il volenteroso bolognese dà l’impressione di essere sinceramente dentro a quello che fa, che per ora però si rivela quantomeno fragile. Lui si autodefinisce “neo electro-post-punk grime garbage”: basi abbastanza anonime mandate da un pc, il nostro da solo sul palco a dannarsi l’anima come a un concerto punk hardcore: peccato che, oltre che nella musica, piatta e didascalica, senza guizzi di sorta da evidenziare, non ci sia niente di particolarmente significativo da annotare nemmeno nei testi e/o quantomeno nel modo di porgerli; ne consegue che la performance scorre letteralmente come niente fosse.

In rete trovo queste parole, a proposito del guaglione: “Lo hanno definito proto-pop, ma forse la cosa più corretta da dire è che non c’è niente di costruito, proprio come nei suoi adorati cantieri: suoni sporchi, melodie lo fi a dir poco, sussurri che svicolano verso una sorta di fumoso hip hop, disordine metropolitano che trova una sorta di insensato equilibrio nel suo stare tutto ammassato su sé stesso. Un po’ come la facciata di San Petronio, a Bologna, con quel non-finito che poi è proprio il suo bello. Volete davvero non buttare l’occhio pure voi?” Occhio e orecchio li ho buttati, mangiandomi pure dei chilometri in solitaria, e a meno di auspicabili radicali evoluzioni nel futuro (concediamo il beneficio del dubbio a quasi tutti), mi è bastato e avanzato pure, per il momento.

Si percepisce uno stacco netto quando sale sul palco il tedesco Drumtomski, che ha il pregio di farci apprezzare, e chi l’avrebbe detto, la bellezza dell’hip hop in tedesco; flow affilato, attitudine, groove: bene così. Qualche pezzo incalzante, con una parentesi pure in italiano, e poi tocca alla star della serata, Pufuleti, che avevamo avuto modo di ascoltare già all’ultima edizione dell’Handmade Festival. L’assetto è lo stesso, dj e chitarrista ad accompagnarlo, la scaletta pesca a piene mani da Gotico Romanzo, il disco del 2024. “Salvami dagli edifici brutalisti”, canta pigro ed elegiaco il nostro aprendo il live su lenti, languidi rintocchi di chitarra; il rap di Pufuleti è stralunato, a me fa tornare in mente i giorni d’oro della Anticon e i cLOUDDEAD, e scusate se è poco.

Produzioni sghembe e anarchiche, all’insegna di un incrocio tra jazz lo-fi fumoso, post-rock in fame chimica e pop perfettamente sfatto, testi surreali e non narrativi trafitti da flash e satori, una poetica intimista e non comunicativa e proprio per questo capace, nel suo ripiegamento ombelicale, di arrivare, per vie misteriose, al cuore di chi ascolta, viaggiando a miglia dalle secche del didascalismo che affligge tanto rap.

Il set acquisterebbe solidità se, oltre a basarsi sul carisma lunare e la poetica personalissima e storta di Pufu, innestasse magari un contrabbasso o ulteriori elementi live in aggiunta a chitarra elettrica e produzioni; il materiale di partenza ad ogni modo ha il pregio di essere sicuramente unico, come una versione dadaista dei Cypress Hill di Temple Of Boom. Continueremo a seguirlo.

Luke Stewart
Luke Stewart allo Sghetto di Bologna, foto di Martin Mailleux

Dall’altra parte del ponte di Stalingrado rispetto al Locomotiv c’è lo Sghetto, un locale nato nel 2019 dove non avevo ancora avuto modo di mettere piede, pur avendo drizzato le antenne vedendone la programmazione, che sfruculia in varie direzioni nell’ambito del jazz e del groove. Il posto è semplicemente delizioso: piccolo ma non minuscolo, con posti a sedere, una bella atmosfera rilassata e pubblico eterogeneo. Il concerto invece è, sia detto senza false diplomazie o inutili mezzi termini, una Caporetto. Il Silt Trio di Luke Stewart, il contrabbassista noto ai più per essere parte di Irreversible Entanglements, con Brian Settles al sax tenore e Gerald Cleaver alla batteria ospita un altro collega di band di Stewart, ovvero Aquiles Navarro alla tromba.

Grooves africani e fangosi delle quattro corde, linee elementari dei fiati senza grande inventiva né verve, e Cleaver, reclutato in sostituzione del titolare Chad Taylor, sorprendentemente giù di corda. La cosa colpisce conoscendo la statura del musicista, per inciso protagonista l’anno scorso di uno dei dischi dell’anno con il capolavoro elettronico The Process. Il quartetto macina improvvisazioni con Stewart a tirar la carretta, ma l’impressione persistente è di una scintilla che non si accende proprio mai, con Settles e Navarro a cercare invano spiragli nel buio dell’ispirazione e Cleaver, solitamente un vero maestro del ritmo, a fare melina, in serata no.

Come abbiamo detto prima, però, lo Sghetto vale senz’altro una visita: i ragazzi si danno da fare con un programma davvero vario e fitto di appuntamenti, e meritano davvero attenzione e supporto, non è banale aprire e mandare avanti un posto di questo tipo. Lunga vita, e speriamo di tornarci presto.

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