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7.4

Leggere la contemporaneità. Anticiparla, forse; rileggerla e riscriverla. Quando nella tarda primavera dello scorso anno imponenti manifestazioni antirazziste si sviluppavano negli Stati Uniti, quando tutto il mondo (occidentale, va bene) aveva gli occhi puntati su quelle piazze e quella rabbia, il collettivo free jazz degli Irreversible Entanglements aveva da poco pubblicato il proprio secondo disco: Who Sent You? era un viaggio afro-cosmico, free jazz che modellava le visioni decantate da Camae Ayewa in un vortice impro ben più frastagliato dell’esordio – più scarno e al limite con un nichilismo quasi no wave – omonimo (2017). Tra le pieghe di Who Sent You? si muovevano suggestioni e pre-visioni, in un’operazione che costruiva attraverso la mutevolezza ispiratrice del genere scenari, racconti, denunce. 

Open The Gates continua oggi il discorso dove si era interrotto. Profezie si sono avverate, o meglio una parte di ciò che agitava la società americana si è manifestata in un movimento che porta sul piano del reale ciò che nella musica dei nostri è materia plastica che funge da sostanza a quello spirito di possibilità insito nell’improvvisazione stessa. Così proprio come era stato nei ’60 di Sun Ra e Coleman, in questo nuovo lavoro degli Irreversible Entanglements siamo testimoni di una cristallizzazione aleatoria, di una fotografia fatta al cambiamento stesso, del quale i cinque sono esecutori e protagonisti, ispiratori e mandanti. Fermo immagini, sì, ma non per questo statiche: le composizioni che compongono il disco sono anzi un flusso ossessivo e compatto, difficile da attraversare e volutamente respingente, ostico. Ci sono cavalcate dall’ossatura ribelle di un punk dai vestiti jazz come Keys To Creation o Water Meditation, la prima a doppiare con una linea di basso la voce e la seconda che coi suoi 14 minuti abbondanti sfida la resistenza più dura a seguire le invocazioni di Ayewa. Sono orazioni, lampi di flash su immagini di nascita, morte, dominazioni e distribuzione. 

Se nel suo ultimo lavoro a nome Moor Mother l’artista parlava in modo chiaro – tramite un linguaggio immediato come quello di un hip hop attuale – al proprio pubblico dell’importanza della propria storia e della propria comunità, in questa veste i messaggi sono quasi sinestetici. È la cornice stessa a veicolare significati, suggestioni e rimandi: è sempre possibile agire sulla realtà e sulle costrizioni dovute a discriminazioni, razzismo e violenza. Gli Irreversible Entanglements lo dimostrano agendo attraverso le loro voci, i loro corpi, modellando ininterrottamente suoni, rumori, scenari. Il tutto ha il solo limite della riduzione a prodotto finito: non sembra possibile ridurre a un’unità quello che somiglia al crepitare di fondo di un universo. Il tutto ha il grande pregio di mostrarcelo vivo e inarrestabile, attraverso il riduttivo foro di un telescopio chiamato LP. 

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