Recensioni

In fin dei conti gli Ultravox nascono per merito dei Pink Floyd. E di tutto l’eccitante contorno del piatto principale, un menù da assaggiare in tutte le portate cucinato all’Alexandra Palace di Londra il 29 aprile 1967: dai Crazy World of Arthur Brown ai Soft Machine, dai Move ai Pretty Things, da Alexis Korner ai Savoy Brown, da Pete Townshend a Ron Geesin che in futuro avrebbe collaborato proprio con i Floyd. Oltre che composto di poeti, danzatori, illustratori, performer di varia natura. Se tutti sanno che all’evento intitolato The 14 Hour Technicolor Dream, organizzato per raccogliere fondi a favore di International Times, principale parola stampata della controcultura messa nel mirino dall’establishment, John Lennon sostava in attesa della esibizione di Yoko Ono, pochi ricordano che tra i 10.000 che si assiepavano attorno ai due palchi allestiti c’era Dennis Leigh, originario di Chorley, nel Lancashire. Il diciannovenne che dieci anni dopo sarebbe diventato una figura di culto della new wave fondando gli Ultravox.
«Vedendo Lennon e altri che vagavano tra la folla – ha dichiarato – ti rendevi conto che erano persone anche loro, reali quanto te, ugualmente incuriositi e sconcertati. Tutto sembrava imminente in qualche modo. Uno scorcio di possibilità. Ho iniziato a fare progetti».
Sotto la sua guida il quintetto (per i primi due dischi Ultravox!: Foxx alla voce e tastiere, Stevie Shears chitarra, Chris Cross basso, Warren Cann batteria, Billy Currie all’impensabile violino polveroso souvenir di Prog & Folk) registra tra il 1977 e il 1978 tre dischi che vendono poco – come accade di regola agli artisti in anticipo sui tempi – ma lasciano echi che risuonano come una lezione raccolta da musicisti a venire: in un tripudio di punti esclamativi Ultravox!, Ha! Ha! Ha!, Systems Of Romance. Alla fine del 1978 la Island li scarica e dopo un tour americano autofinanziato Foxx se ne va (così come il chitarrista Robin Simon che confluisce nei Magazine) per dare vita a una brillante carriera personale.
«Al nostro ritorno abbiamo iniziato a cercare un’etichetta. Per aiutarci abbiamo fatto un concerto unico all’ Electric Ballroom di Londra il 1° febbraio 1980. La Chrysalis Records ci corteggiava e si interessò abbastanza da darci un po’ di tempo in studio per fare dei demo. Andammo in studio con Conny Plank come ingegnere e decidemmo di non fare la solita cosa di registrare tre canzoni demo, ma avremmo usato il tempo concessoci in studio per concentrarci su una canzone e consegnare loro un master. Registrammo Sleepwalk e la Chrysalis ci offrì un contratto», ha raccontato il batterista Warren Cann che è l’autore delle parole del brano.
Quella Sleepwalk che è la prima canzone registrata con Midge Ure e il primo singolo (che il 10 agosto 1980 arriva al n° 29) tratto da Vienna, un pezzo che viaggia come un direttissimo, completamente intriso di tutta l’elettronica che diventa il propellente principale del nuovo corso degli Ultravox. Non per caso registrato, come l’intero album, dal tedesco Conny Plank, già dietro le fortune di una pletora di krautorocker e al fianco degli Ultravox fin dai tempi di Systems Of Romance. Nel cui studio la band si trasferirà, per la fase di rifinitura dell’album, immaginando un nuovo suono che avrebbe arditamente fuso new wave, krautrock coniugato all’inglese, e perfino pulviscolo prog.
«La nostra scelta di lavorare di nuovo con Conny Plank come ingegnere/co-produttore è stata unanime – ha dichiarato ancora il batterista Warren Cann –, abbiamo tutti ritenuto che la nostra esperienza con lui durante Systems fosse stata positiva e che il rapporto dovesse essere ampliato. (…) Conny era l’uomo che aveva lo zelo estetico e l’abilità tecnica combinati per aiutarci a raggiungere questo obiettivo. (…) Sebbene fosse prudente realizzare i nostri demo per Chrysalis con Conny a Londra, è sempre stata nostra intenzione lavorare nel suo studio in Germania. Per ragioni (…) probabilmente dovute al budget abbiamo realizzato la stesura effettiva delle tracce a Londra presso gli studi RAK e abbiamo registrato tutto in dieci giorni». Poi in effetti la band si spostò nello studio di Plank in Germania per due settimane dedicate al missaggio.
Nel 1980, dunque, gli Ultravox ripartono con e da James “Midge” Ure, cambiando pelle, marcia e ambizioni. Con il singolo Forever And Ever (1975), il cantante e chitarrista aveva portato al n° 1 gli Slik, e dopo avere fatto parte dei Rich Kids fondati insieme al bassista Glen Matlock scaricato dai Sex Pistols – dei quali Ure rifiutò il posto di cantante offertogli da Malcom McLaren, e chissà che piega avrebbero preso in caso contrario –, e sfondato coi new romantic Visage autori del singolo Fade To Grey che diventa una hit internazionale e trascina in alto anche l’album Visage, su suggerimento di Rusty Egan a Billy Currie (entrambi nella congrega dell’imbellettato front man Steve Strange) il piccolo scozzese accetta di prendere il posto lasciato vacante ed entrare nei democraticamente rinnovati Ultravox. A differenza di quanto accadeva ai tempi di John Foxx, adesso oneri e onori saranno equamente divisi tra tutti i membri della band.
È il classico caso della fenice, anzi della phoenix, che rinasce letteralmente e fattivamente sulle proprie ceneri. A partire dalla copertina di Vienna che dopo tre dischi iconograficamente immolati al nero, i musicisti irreggimentati nell’estetica monocromatica punk/dark/new wave, su un inedito sfondo bianco accecante mostra quattro gentiluomini eleganti – Midge Ure e Warren Cann fasciati da candide mise, Billy Currie in camicia immacolata – ritratti tra sbuffi di teli voluminosi come onde lattiginose. Come esatto negativo della band sulla copertina di Ultravox!, un video del concerto di St. Albans del 1980 ritrae tutti i musicisti in bianco. Come a dire che la mutazione era completa: da guerrieri da strada con ambizioni (musicali) evolutive a replicanti – il battito del cuore generato dai synth – impossibili da distinguere dagli umani. Forse grazie al test Voight-Kampff (che sarebbe diventato popolare due anni dopo grazie a Blade Runner).
Uno show room, la copertina di Vienna, che all’inizio del nuovo decennio mostra una band rivoltata come un calzino, ma paradossalmente ha messo in pratica la lezione della Germania krautrock più di quanto avesse la spiritata incarnazione del “!” finale (che intendeva omaggiare i Neu!). Per gli Ultravox! dell’esordio le tastiere sono un’ “ambiziosa” idea più vagheggiata che messa in atto; nella seconda parte di Ha!-Ha!-Ha! l’elettronica si fa più sfacciata; ma su Systems Of Romance non decolla, a un certo punto sembra cadere insieme al segno di interpunzione del brand come una foglia secca. O almeno non è preponderante; non quanto intende John Foxx che se ne andrà proprio per farne ampio uso a titolo personale.
Nel frattempo, la musica è cambiata, i synth e i sequencer delle band di nuova generazione hanno soppiantato le chitarre. Depeche Mode, Yazoo, Thomas Dolby, Gary Numan, Howard Jones… sono le tante facce della stessa tastiera. Strumento principe del prog rock ora utilizzato in modo elementare ma quanto mai efficace: non c’è più bisogno di 10 dita in grado di correre sui tasti col piglio del centometrista, basta un ditino mentre si consulta li libretto delle istruzioni. Un anno dopo Vienna, nel 1981, i Trio di Da Da Da diverranno un fenomeno internazionale utilizzando la tascabile Casio, una tastierina da beauty-case. Poco più di un giocattolo alla portata di tutte le tasche che ammalia le masse emettendo puerili filastrocche in note da ninna nanna, inaugurando una nuova moda. È la filosofia del punk elevata alla massima potenza: con la tastierina Casio tutti, ma davvero tutti, possono sentirsi musicisti.
Ma Midge Ure è un musicista tutt’altro che improvvisato, e una persona intelligente. È tanto propenso all’azzardo (in musica) quanto dotato di una naturale predilezione per la melodia di ampio respiro che lo mette al riparo dall’eccesso (che porta al fallimento). Più che genio e sregolatezza, talento e raziocinio. In verità le qualità migliori, forse le uniche, per diventare indipendente e – volendo – spiccare il volo in autonomia: nel mondo della musica, ma dell’arte in generale, acquisire la libertà che ti permette di fare ciò che desideri, anche la cose più anti-commerciali, parte paradossalmente proprio dall’affermazione su larga scala. Che diventa potere contrattuale. Vienna (inizialmente pensato come Torque Point, poi intitolato nello stesso modo della canzone che più inorgogliva la band) contiene brani che hanno sfondato e altri più audaci, in un alternarsi di chiaroscuri che sono le tonalità dominanti la copertina che sa tanto di neo-classicismo, meglio post-classicismo, anche iconograficamente. Manifesto di una sorta di avanguardia (classicismo ed elettronica dovrebbero sostare agli antipodi) dai modi educati, a tratti energici ma controllati, lontani dall’insofferenza arrembante dei primi Ultravox (!). Ma non per questo meno vivace. O sfuggente come proprio dei fenomeni più originali.
Prendete Vienna, il singolo. Hai voglia, schiena china e lingua di fuori, righello compasso e calcolatrice a portata mano, di metterti a fare i conti per realizzare il perfetto brano da classifica. Se non sbaglierai tu i calcoli, l’imponderabile che sta sbirciando da dietro ci metterà del suo, in modo da aiutare o mandare tutto all’aria. Dopo Sleepwalk e Passing Strangers che escono nel 1980 – entrambi sotto i 4 minuti, perfetti per le radio –, pubblicato nel gennaio del 1981 il singolo di Vienna (che venderà oltre 500.000 copie) arriva al n° 2 all’inizio di febbraio, solo secondo a Woman di John Lennon ristampato in tutta fretta per celebrare il leggendario Beatles ucciso l’8 dicembre precedente (e lucrarci su).
Dietro gli Ultravox ci sono le one hit wonder di Joe Dolce (Shaddup You Face) e del folk singer Fred Wedlock (Oldest Swinger In Town), Phil Collins con la corazzata In The Air Tonight, la impalpabile I Surrender dei Rainbow, ancora Lennon con Imagine, poi tre beniamini del pubblico giovanile del periodo come Blondie, Adam Ant e Madness. Questi i primi 10 posti. Fatto salvo Lennon i cui rutti dopo colazione arriverebbero in cima a tutte le hit parade, e il caso Phil Collins che ha gli stessi connotati di out sider della Top Ten di Vienna, tutti gli altri sono brani radio frendly, ritmati, orecchiabili. Vienna si colloca agli antipodi del brano da classifica, cosa che pensava anche la Chrysalis giudicando il brano troppo lungo e lento per avere successo. Denso, un inizio da requiem post-moderno, carne e metallo, il brano cresce fino a diventare, nella strofa, sinfonicamente magniloquente, elettronicamente neo-classico.
Ha dichiarato Midge Ure qualche anno dopo: “Una volta che alla gente è stata data l’opportunità di ascoltare Vienna e questa lunga e tortuosa canzone è diventata un successo, ti è permesso di dire: ‘Lament dovrebbe essere un singolo’ quando la casa discografica suggerisce che White China sarebbe più facile da vendere. Tutto quello che abbiamo fatto negli Ultravox è stato inventare pezzi musicali interessanti. È compito di qualcun altro venderli al pubblico. E sicuramente è questo che fa un successo: il miglior pezzo musicale, non il più facilmente accessibile”.
Vienna, un brano che paradossalmente sarebbe stato benissimo su The Garden di John Foxx uscito l’anno seguente, risultò essere il quinto singolo più venduto del 1981. Secondo un sondaggio tra gli ascoltatori di BBC Radio 2 del 2012 si trattava della migliore canzone di sempre arrivata al n° 2 della Top Ten. “Nessuno vedeva Vienna come una grande canzone finché non divenne un successo”, ha detto Ure. “Una volta che divenne un successo, tutti dissero: ‘Certo che sarebbe sempre stata un successo’. (…) Oppure: ‘È stato un colpo di fortuna’”. Per la popolarità della canzone fu importante anche il video, benché non fosse ancora il tempo di MTV (che verrà lanciata negli USA il 1 agosto 1981).
Ma Vienna (l’album che il 1° marzo 1981 arriverà al n° 3 delle classifiche UK, dietro a Face Value di Phil Collins e King Of The Wild Frontier di Adam & The Ants) non è solo l’omonimo singolo che si ferma un passo prima della vetta delle chart. A partire dell’iniziale Astradyne: sette minuti di overture strumentale, di marosi tastieristici che si intersecano e un violino elettrificato che cavalca l’onda più selvaggia come un surfista, la batteria che pompa dritta miscelata al ticchettio di quella elettronica, non si trovano su nessun altro album del periodo. Né devono essere stati facili da fare digerire per la Chrysalis. Trionfale e bombastica, inalata al massimo volume si può tanto ballare quanto usare per sballare.
Sette minuti che sommati agli altri quasi sette della torbida, un violino che stride come torturato, e sinto-meccanica à la Kraftwerk Mr. X, ai cinque primi di Vienna, e in buona parte anche gli oltre cinque minuti di Western Promise, totalizza (oltre) mezzo album di suoni all’altezza delle migliore prove anti-conformi del periodo. In altre parole: non si dica/pensi che Vienna è un disco da classifica, costruito per vendere. E come ci sia riuscito, in fondo, rientra nel mistero già citato dei titoli che diventano casi di popolarità involontaria. Che nella storia del rock (del cinema, della letteratura…) grazie a Dio non mancano.
I restanti brani, benché più accessibili, sono tutt’altro che ripieghi. Western Promise offre uno dei migliori momenti ritmici del disco (il testo è una fine stoccata al subdolo “modo occidentale” di conquistare e corrompere commercialmente il mondo), la batteria che tiene magnificamente testa ai synth e a voci “aliene” pesantemente filtrate, registrata – come ricorda Warren Cann – sotto pressione: «Abbiamo deciso di registrare le tracce di batteria per Western Promise nell’area della reception dell’edificio perché l’ambiente era tutto vetro e marmo, ottimo per un suono di batteria duro. (…) L’unico inconveniente era che le porte d’ingresso dello studio non erano insonorizzate e la tranquilla zona residenziale di St. Johns Wood non avrebbe accettato di buon grado che io suonassi. La prima volta che abbiamo tentato di farlo i vicini hanno chiamato la polizia che ci ha chiesto di cessare e desistere. Ma il suono era così buono che decidemmo di non lasciarci condizionare, così ci riprovammo la sera successiva. (…) Un po’ prima che i vicini si stufassero e ci denunciassero e la polizia arrivasse ho fatto una buona ripresa e abbiamo avuto quello che volevamo».
New Europeans e Private Lives venati da riff di chitarra elettrica Ultravox prima maniera, e Passing Strangers uscita come secondo singolo (raggiungerà il n° 57) e primo video della band (diretto da Russell Mulcahy, diventato quotato regista di film, tra cui Highlander), che si avvicendano in sequenza, sono tutti potenziali pezzi da classifica. Vale la pena ricordare come Passing Stranger, flop in patria, in Giappone è stata una hit, merito lo spot televisivo di un whisky. Perché – come ha spiegato, con risvolti comici, Warren Cann – «nelle pubblicità giapponesi la musica viene accreditata a caratteri cubitali in un angolo dello schermo. (…) L’interesse suscitato ha portato alla pubblicazione del singolo che è diventato Disco d’oro. (…) Siamo stati condotti in un’anticamera per essere presentati al direttore della casa discografica: era molto anziano e molto dignitoso, anche se sembrava dovesse crollare da un momento all’altro e non avere la minima idea di chi fossimo».
Non è da meno (come potenziale hit) la martellante All Stood Still che chiude Vienna in modo “ambiguo” – un paio di solo di chitarra elettrica tutt’altro che banali a fare la voce grossa, come a dire: “Please remember to mention me / In tapes you leave behind”, le parole che canta Midge Ure nel ritornello, quasi fosse il pensiero dello strumento che prende vita; in realtà un testo che narra di un finale distopico per la società tecnologica così come la conosciamo – e indimenticabile: il ritmo fusione di meccanico e umano, il battagliare di tastiere e chitarre, le voci umana-disumana/calda-fredda/viva-morta che si alternano nella strofa. Un frenetico assalto che quando finisce, di colpo, amplifica il silenzio oltre misura.
All Stood Still è il quarto e ultimo singolo estratto da Vienna. Pubblicato il 26 maggio 1981 si piazza al n° 8 della classifica UK rappresentando la seconda canzone degli Ultravox a entrare nella Top Ten. Il retro era l’interessante Alles Klar, altro strumentale sulla falsariga di Astradyne, più cupo e maggiormente electro-kraut oriented. Lo si trova compreso, insieme ad altre rarità, nel migliore prodotto celebrativo (Vienna Deluxe Edition) seguito alla pubblicazione di Vienna dell’11 luglio 1980, che nel 2020 festeggiava i 40 anni dalla prima uscita. Un cofanetto di 5 Cd + DVD comprendente l’originale, l’immancabile versione Steven Wilson stereo mix (che non commento: il discorso sulla filosofia del “ritocco” degli originali a distanza di decine di anni sarebbe troppo lungo), e i Cd 3, 4 e 5 che rappresentano il gioco che vale la candela.
Sul Cd 3 intitolato Rarities, dello stesso tenore (strumentale) della già citata Alles Klar c’è Keep Talking («una jam che avevamo registrato durante le prove sul mio piccolo Pro Walkman. Era completamente spontanea e in seguito abbiamo scoperto che c’erano alcuni suoni che non sapevamo assolutamente come ottenere di nuovo», ha raccontato Warren Cann.); poi Waiting (B side del singolo Sleepwalk pubblicato il 16 giugno 1980), Passionate Reply e Herr X (ovviamente cantata in tedesco) entrambe sul retro del singolo Vienna, tutte meritevoli di attenzione. Infine sei brani dal vivo tratti dal concerto alla City Hall di St. Albans del 16 agosto 1980 (quattro dei quali già pubblicati come B side di 12”).
Il Cd 4, Cassette Recordings, è uno scrigno ricolmo di chicche. Gran parte dei brani in versione strumentale – di diversa durata rispetto a quelli dell’album –, alcune versioni alternative, e un paio di inediti: Sound On Sound e Animals, ambedue più sconquassati da energia punk-wave che smussati dall’elettronica ricercata che percorre Vienna. Unica pecca la qualità delle registrazioni, come prevedibile.
I 14 brani del Cd 5, Live, rappresentano l’intero (eccellente) concerto alla City Hall di St. Albans già citato: da notare Face To Face mai registrata in studio, tre brani degli Ultravox di John Foxx: Hiroshima Mon Amour (eccellente resa), Slow Motion, Quiet Men, e la finale King’s Lead Hat, cover di una canzone di Brian Eno tratta da Before And After Science del 1977, anagramma di quei Talking Heads che l’ex Roxy Music avrebbe prodotto l’anno seguente. (Il DVD audio raccoglie il Mix 5.1 di Steven Wilson, la versione stereo ad alta risoluzione 24/96 dei nuovi mix, e B side. Inoltre l’album originale ad alta risoluzione e mix originali del retro dei singoli. Sfizi da menu del ristorante stellato).
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