Recensioni

Un incontro decisamente fortunato quello degli Ultravox! (il vocalist John Foxx, il chitarrista Steve Shears, Warren Cann alla batteria, Chris Cross al basso e Billy Currie a tastiere e violino) con Steve Lillywhite, astro nascente della sala d’incisione, da cui scaturiscono demo tanto intriganti da far innamorare nientemeno che la Island, lesta a metterli sotto contratto. Per l’omonimo album d’esordio (1976) viene scomodato nientemeno che sua maestà Brian Eno: quel che ne esce è un disco cupo, nevrastenico, spregiudicato, privo forse del pezzo da novanta ma con in canna un vibrante ibrido di timbri e frequenze, sogno psych deteriorato tra incubi mitteleuropei e fosche visioni tecnotroniche.
Le vendite non autorizzano certo a parlare di successo, però l’ingranaggio gira, e dopo pochi mesi è già tempo per l’opera seconda Ha! Ha! Ha!, la cui regia è affidata stavolta allo stesso Lillywhite, complice nel definire una macchinazione di tremori futuristici e bieche abrasività che saprà ben ritagliarsi spazio anche tra gli scaffali del punk nudo e crudo. Rockwrock, il pezzo d’apertura, ci spiega il che e il come: trattasi di un boogie ringhioso e irriverente, capace di unire il piglio dei T.Rex a certi blues lisergici di marca Doors (emblematica in tal senso la “grana” del sintetizzatore, sorta di hammond in acido), con il ghigno bislacco di Foxx a balenare sotto una spietata luce “kraut”. Subito dopo tocca a Frozen Ones, che dopo un preludio tra il gotico e il beffardo (schiocchi di dita, tastierina raggelata, voce da tregenda esistenziale) scioglie un altro boogie a capofitto, tra ringhi di chitarra, l’orizzonte solido delle tastiere, bassi fibrosi e un lancinante assolo di violino.
Non c’è tregua, perché anche Fear In The Western World attacca con un pistonare implacabile di batteria (la cosa più eminentemente punk sentita fin’ora), il canto che macina parole livorose, un pazzesco complotto di chitarra e violino (distorsioni e stridii immersi in una profondità indefinibile) e una brulla macchinazione di feedback conclusivi (qualcosa come i Grateful Dead coverizzati dai Neu!). Così, dopo tre autentiche mazzate, il piano etereo che apre Distant Smile fa l’effetto di un deserto improvviso, con quei panneggi ascensionali di synth, arcane vibrazioni sullo sfondo, i concitati vocalizzi… Pura illusione, perché un crepitare repentino di tamburi innesca l’ennesimo caravanserraglio, e allora via col piano tarantolato, il motorismo del basso come un incubo dei Can, l’aggressione laterale del violino (vera e propria lama nella polpa del cervello), nere unghiate di chitarra e scherzi elettronici di sospetta matrice faustiana.
Ed è sempre nel segno del krautrock che germoglia la fenomenale Man Who Dies Every Day, sorta di canovaccio Kraftwerk lasciato in balia di un irresistibile languore Roxy Music, in cui Foxx sciorina una teatralità a metà strada tra il Bowie berlinese e il Waters–Pinky di The Wall, mentre il demiurgo Billy Currie scopre qualche carta che tornerà buona per le future scorribande pop (il simulacro di una tuba, il vorticare di ordigni sintetici, strane brezze artificiali…). La seguente Artificial Life sembra un incubo acciuffato tra insalubri nebbie metropolitane, sbalorditivo delirio art-rock che non sa rinunciare all’intensa vena psych delle tastiere e a una fauna di corde urticanti, con quel riff che guizza tra pandemoni floydiani per poi schiantarsi su un autentico bailamme di grancasse e violino.
Smentendo chi credesse a questo punto esauriti i momenti migliori, While I’m Still Alive spiattella un’altra cospirazione inaudita, la voce di Foxx sovrana su un innocuo tappetino sonoro che poi – sorta di miraggio o stereogramma – rivela tutto un ordito di complessità dissimulate: provate a seguire i ghiribizzi del violino o gli scarti nevrotici delle chitarre, a calcolare il peso specifico delle tastiere, il grado di frigidità del drumming, per non dire della corposità impalpabile del basso…
Con tutto ciò, ho conservato la parola “capolavoro” per la traccia conclusiva: appena uscita dal suo vaso di Pandora, Hiroshima Mon Amour echeggia bieche vibrazioni da interno berlinese, una lenta fosforescenza di tastiere, cucchiaiate inattese di sax (a cura del sagace Chris Cross), l’ombra sussultante della drum machine, un crepitare defilato di corde, il violino che si arriccia e distende senza posa, la voce che languisce in una sala d’attesa per anime disperse, tra torpori radioattivi e indolenze irrimediabili, come chi ha appena assistito al crepuscolo di tutte le prospettive, con il cuore prosciugato e il futuro in rovina.
Frammenti di un discorso tenebroso in perfetto equilibrio sul proprio quid estetico, che però tempo un anno sfiorerà il kitsch nel pur avvincente System Of Romance (1978), più levigato e meno ispirato, comunque una spanna al di sopra di tanto successivo romanticume dark. E’ a questo punto che Foxx annusa aria di esaurimento, e decide di mollare: sarà sostituito al canto e alla composizione dal buon Midge Ure, che porterà in dote l’ugola saponosa e una certa propensione melò. Per il gruppo le cose prenderanno una piega ben più accomodante, concretizzata nell’epos sintetico di lavori come Vienna, Rage In Eden e Lament, grazie ai quali potranno assaporare – con pieno merito – l’aria fine dell’alta classifica.
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