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7.3

A trent’anni tondi tondi dalla prima apparizione (l’omonimo su Les Disques Du Soleil Et De L’Acier) e a quasi dieci dall’ultima apparizione (Stereolith, per Bureau B), torna con Dark Times Amaury Cambuzat, artista francese di nascita ma reggiano d’adozione e dalla visione musicale ben definita, col suo progetto del cuore Ulan Bator, che porta avanti nonostante il coinvolgimento nei Faust (quelli di Peron, non quelli di Imler) e il progetto in solo I Feel Like A Bombed Cathedral.

Ho sempre avuto la sensazione che la musica di formazioni come Ulan Bator fosse legata a doppia mandata al contesto in cui si ritrova ad agire: seppur non vi sia l’urgenza/denuncia che fu di un certo tipo di hardcore o l’impegno diretto di un certo cantautorato engagé, la musica della formazione di Amaury Cambuzat (e di altre simili) è sempre stata una cartina di tornasole per comprendere ciò che ci ruota intorno.

Non è quindi casuale che titolo e title track – in cui ossessivamente rimbomba in più lingue quella certificazione dell’attualità, ovvero “dark times” – segnino le traiettorie umorali dell’intero album, ovviamente spostato sui tempi cupi che stiamo vivendo.

Atmosfere plumbee, ossessive e spesso di un romanticismo lacerante/realismo lucido tagliano trasversalmente tutto l’album, nonostante le modalità ibride delle musiche del trio – accanto alla chitarra e voce del fondatore troviamo Mario Di Battista al basso e Franck Lantignac a batteria e percussioni – mescolino tranquillamente input sonori tra i più diversi come noise-rock, post-rock, kraut e, per ammissione dell’autore, anche qualche oncia di poesia introspettiva tipica della canzone francese.

Di quest’ultima si avvertono i tratti nei testi o in alcuni passaggi più ariosi e lirici (En Enfer); dei primi, riferimenti invece un po’ ovunque, grazie alla potente fissa per reiterazione e circolarità che segna molti passaggi dell’album (Solitaire e Inspire per fornire due titoli, con la seconda che ricorda gli ultimi Swans e quindi da mandare in loop), o alla abrasività ipnotica (L’impératrice, Locus Solus, la già citata Dark Times) che è sì, figlia del noise-rock primigenio ma che Cambuzat declina in forme mutevoli, spesso elettroniche, a volte melodiche, sempre più che disturbanti.

Insomma, tornando a monte del discorso, è indubbio che Dark Times assolva a quel compito che gli Ulan Bator – e, in senso generale, un certo tipo di musica – non si sono mai auto-assegnati ma che contraddistingue il loro fare musica da sempre: raccontare il proprio presente, filtrarlo, deformarlo, reindirizzarlo.

E non è quindi casuale che a segnare questo ritorno sia forse il disco più oscuro e cupo della formazione franco-italiana.

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