Recensioni

7

A sei anni di distanza dal loro ultimo disco – Rodeo Massacre – tornano gli Ulan Bator di Amaury Cambuzat, con un'opera strutturata, musicalmente ricercatissima e come di consueto trasversale. Post-rock solo in superficie – soprattutto nelle geometrie allentate -, visto che in realtà il materiale registrato è di quelli consapevolmente in bilico tra generi e approcci diversi. Come dimostrano le stratificazioni elettriche di brani come Speakerine o le atmosfere invernali di Régicide, una Ding Dingue Dong inaspettatamente shoegaze o il noise in sbornia free della title track.

Tra i crediti, oltre al padrone di casa – titolare anche della Acid Cobra -, troviamo James Johnston (Gallon Drunk, Lydia Lunch Big Sexy Noise), Stéphane Pigneul (Object, Heligoland) e il nostro Alessio Gioffredi (Dilatazione), a tirare le fila di un disco affascinante che vorrebbe rappresentare un concept sulla confusione nei rapporti umani ai tempi dei social network.

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