Recensioni

7.2

Praticamente ascrivibile ad un lavoro (semi)solista del fondatore Amaury Cambuzat, se si eccettuano gli interventi di Giordano Ceccotti (all’hurdy gurdy in quattro tracce), James Johnston di “GallonDrunkiana” memoria (piano su Coeurrida) e Raffaella Matrisciano (voce in Ether), Abracadabra è il nuovo capitolo della fase 2.0 della formazione francese ma ormai italiana di adozione. In quella altalena emotiva che ne contraddistingue il percorso discografico, sia a livello compositivo che di mera riuscita generale, da quando 20 anni fa si affacciarono, giovani ma con le idee già molto chiare, sul panorama allora detto alternativo, questo disco occupa decisamente una posizione in ascesa, visto il buonissimo livello generale sia di amalgama sonoro che di soluzioni. Soluzioni che tendono irrimediabilmente al nero, tralasciando la cifra post-rock che ne segnava gli esordi per utilizzare un ampio spettro di possibilità che dal noise-rock più tenebroso e maudit arrivano all’art-rock lugubre e drammatico, aggiungendovi pure buone dosi di lirismo, una bella tensione nervosa sottopelle e spunti di eleganza sopraffina.

L’attacco mantrico e reiterato di Chaos mette subito sui binari giusti l’intero album, che prosegue tra saliscendi umorali più o meno movimentati – una kurtweilliana (?) freak-rock Saint Mars, la ritmatissima e sensuale Evra Kadebra – o atmosferici (Ether, anche se poi parte su versanti cosmic-pop, Protection) e che inanella un paio di colpi da netto K.O. – Longues Distances e Golden Down sono frecce che pochi, veramente pochi gruppi possono sfoggiare con tanta e tale nonchalance da lasciare basiti. L’altalena va decisamente verso l’alto e a volte spicca pure il volo.

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