Un'immagine dal clip “Do They Know It’s Christmas?”
Still dal videoclip “Do They Know It’s Christmas?”

Band Aid, supergruppo per un giorno: le stelle di Natale del rock UK registrano Do They Know It’s Christmas?

Il minimo per un supergruppo è tre: dai Cream a EL&P, per crescere uno alla volta – CSN&Y, Asia, ecc. – fino a decollare in modo esponenziale e raggiungere il numero dell’agglomerato raccolto per la realizzazione di Do They Know It’s Christmas?: 47 tra cantanti, musicisti a suonare, e una manciata di ritardatari/impossibilitati pronti a consegnare un messaggio vocale per dimostrare di volerci essere a tutti costi (che lasceranno qualche parola registrata su Feed The World, lato B); una cospicua truppa riunita sotto il moniker di Band Aid.

L’anno seguente, gli americani che non ci stanno mai a essere sopravanzati, avrebbero risposto con un plotone di oltre 50 artisti per mettere in piedi il progetto We Are The World, con lo stesso intento benefico ma per diversa causa. Perché se è vero che il rock, e tanta, tantissima musica, anche molta di quella cosiddetta “colta”, ha sostanzialmente lo scopo di renderci questa vita meno amara, è altrettanto vero che i suoi protagonisti, quando ci si mettono di buzzo buono, non hanno pari nell’attivarsi e spendersi, così velocemente e con risultati eclatanti, per una buona ragione. Al punto che quella di Do They Know It’s Christmas? ha i contorni della storia dickensiana – sapete, Canto di Natale –, in fin dei conti più grande e bella del disco stesso, della canzone. Nonostante le voci dissonanti che non mancano mai, non possono. Una storia che merita di essere raccontata, ricordata più che mai, ancora oggi.

C’era una volta… una terribile carestia che nel 1983 aveva colpito l’Etiopia e un anno dopo continuava a mietere decine di migliaia di vittime, soprattutto bambini. Una catastrofe che stava ricevendo adeguato spazio sugli organi di informazione del Regno Unito, in particolar modo per merito della BBC e del suo inviato Michael Buerk. Uno dei reportage del giornalista, mandato in onda il 23 ottobre, colpì come un upper cut alla mascella Bob Geldof, cantante dei Boomtown Rats – al n. 1 delle classifiche dei singoli UK nel 1978 con Rat Trap e nel 1979 con I Don’t Like Mondays –, e la compagna Paula Yates, nota presentatrice della trasmissione musicale della BBC, The Tube.

Dieci giorni dopo, venerdì 2 novembre – le date in questo caso sono importanti per avere idea della velocità con la quale fu portata a compimento una impresa tutt’altro che facile da concretizzare – la Yates era sul set della trasmissione insieme, tra gli altri, agli Ultravox che presentavo la loro offerta natalizia sotto forma di antologia intitolata – con grande professione di fantasia (!) – The Collection. In un momento di pausa Geldof telefonò alla donna e chiese di parlare con Midge Ure, leader della band elettronica al cui fianco si era trovato nel 1981 per un altro progetto di raccolta fondi a favore di Amnesty International: The Secret Policeman’s Ball che ebbe vita dal 1976 al 2012 producendo diversi dischi live. Da cantante a cantante, Geldof chiese a Ure se gli andava di vedersi per discutere de visu una idea in aiuto dell’Etiopia. Nonostante la notoria idiosincrasia del vocalist dei Boomtown Rats per i lunedì, il 5 novembre lui e Midge Ure sono a pranzo insieme, e lì decidono di registrare un singolo per raccogliere fondi a sostegno del popolo africano falcidiato dalla fame.

Scartata l’ipotesi della cover per evitare di sprecare un solo penny in royalty, l’ostacolo più grosso era rappresentato dallo scrivere un brano originale in così breve tempo. Geldof aveva pronta una canzone pensata per i Boomtown Rats. Adattando il testo per l’occasione, e aggiungendo Ure una melodia più in sintonia col periodo natalizio, il pezzo funzionava. Non restava che convocare la squadra, una sorta di nazionale cantanti allargata, e provare pochi schemi prima di scendere in campo.

Geldof chiama Sting che risponde “presente”. Poi vengono i nomi e le facce più in voga del momento, quelli che raccolgono anche l’entusiasmo dei teen-ager: i Duran Duran al completo e i “rivali” Spandau Ballet. Francis Rossi e Rick Parfitt degli Status Quo garantiscono l’adesione delle generazioni di ascoltatori precedenti; la meteora Marylin che aveva avuto un paio di hit – e poco dopo entrando nell’atmosfera si vaporizzerà – fa parte del lotto. Ci sono grossi calibri come gli U2 al completo. Paul Young, Glenn Gegory e Martyn Ware degli Heaven 17, le Bananarama, i restanti Boomtown Rats, Chris Cross degli Ultravox, Jody Watley degli Shalamar. Tre fortunati membri degli americani Kool & The Gang che si trovavano al posto giusto nel momento giusto (negli uffici della Phonogram mentre Geldof illustrava alla label la sua idea).

George Michael, Paul Weller, Jon Moss e Boy George dei Culture Club che poche ore prima folleggiava a New York. Geldof, non vedendolo arrivare gli telefonò irritato, sollecitandolo a prendere il primo aereo per Londra; ma povero cocco di mamma, stremato dalla vita notturna il cantante stramazzò dopo la telefonata. Non si sa come si riprese, riuscì a cogliere al… volo il Concorde giusto e finì per arrivare in studio, i Sarm West di Notting Hill offerti gratis da Trevor Horn (Buggles, Yes, produttore di Frankie Goes To Hollywood), per le 6 P.M. di domenica 25 novembre, ultimo a fornire il suo contributo vocale (Le registrazioni erano iniziate alle 10:30).

A quel punto Phil Collins, arrivato da un pezzo, montata la sua batteria come un roadie qualunque, e atteso pazientemente, ha registrato la sua parte. Benché Ure fosse entusiasta della prima registrazione, fu lo stesso batterista a chiedere di eseguire un secondo take che soddisfece anche lui. Collins è praticamente l’unico musicista a suonare uno strumento insieme a Midge Ure che se si prodiga alle tastiere, che usa per eseguire anche la linea di basso. Andy Taylor, il bassista dei Duran Duran, nonostante accreditato ha aggiunto poche note su quanto fatto da Midge Ure, proprio nello studio di casa di questi, il 24 novembre.

David Bowie, Paul McCartney, i Big Country e Holly Johnson dei Frankie Goes To Hollywood, desiderosi di esserci ma impossibilitati a partecipare, lasciarono dei messaggi vocali sul lato B, nel brano intitolato Feed The World, che ha la stessa base musicale di Do They Know It’s Christmas?. I Thompson Twins che si trovavano all’estero non riuscirono a lasciare un segno neppure con una frase, ma fecero di meglio: donarono i proventi del loro singolo Lay Your Hands On Me, una hit, all’organizzazione benefica Action For Ethiopia. Dimostrando che anche gli esempi virtuosi fanno proseliti.

Finito il lavoro al microfono, mentre Band Aid dava via al party – e Boy George non riusciva a credere di passare da un continente all’altro per festeggiare grazie al Concorde – Midge Ure cominciava il missaggio. Ma approntare un buon disco in così breve tempo – al di là delle accuse pretestuose, accettabile – era soltanto la prima parte. Altrettanto importante sarebbe stato veicolarlo in tempi stringenti.

La mattina del 26 novembre Bob Geldof era al Breakfats Show di BBC Radio 1 che prese a mandare in rotazione la canzone ogni ora. Entro una settimana dalla registrazione gli ordini dei negozi di dischi che avrebbero venduto il singolo al prezzo popolare di 1.35 pound ammontavano a 250.000 copie; l’8 dicembre – la data ufficiale di release è il 7 – a un milione. Per mantenere testa alle richieste la Phonogram dovette impiegare tutte le sue fabbriche di pressaggio dislocate in Europa.

Per la copertina Geldof si rivolse a Sir Peter Thomas Blake, già autore (insieme alla moglie) della cover di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, di Sweet Child dei Pentangle, Face Dances degli Who e più recentemente di Stanley Road di Paul Weller. Ovviamente il lavoro fu fatto a titolo gratuito. Geldof riuscì a fare pressione anche su Top Of The Pops, e i giornali musicali gli offrirono gratuitamente spazi pubblicitari sulle loro pagine.

L’apparato messo in campo fu gigantesco, ma la gente non ci ha pensato troppo a farsi coinvolgere. Soprattutto la gente comune, quella che comprando il disco ha decretato il successo di una operazione che non era mai stata messa in atto in precedenza in questo modo e su questa scala. Un successo enorme, inaspettato, che è tracimato ben al di là dei confini dell’isola. Portando Do They Know It’s Christmas? in testa alle classifiche di vendita dei singoli dell’Europa nel complesso, Australia, Nuova Zelanda, Canada, e in 11 singole nazioni europee, Italia compresa. Non prese la testa negli Usa semplicemente perché la classifica americana si basava sul computo di copie fisiche vendute (2.500.000) addizionato al numero di volte che il brano veniva trasmesso per radio.

Ciononostante molta critica andò alla ricerca del pelo nell’uovo, ignorando che se Roma non è stata costruita in sette giorni, figurarsi quale può essere la qualità di una canzone realizzata praticamente in 48 ore, coinvolgendo un plotone di artisti, i più disparati, quasi strappati alla loro routine. Trascurando che l’ultima cosa che interessava, del progetto Band Aid, era farne un motivo di vanto artistico.

L’operazione si è ripetuta nel 1989 come Band Aid II, nel 2004 sotto il nome di Band Aid 20, e nel 2014 Band Aid 30, usando la stessa canzone – riarrangiata – ma cambiando protagonisti, dal team tecnico ai musicisti. Sempre per cause e scopi umanitari. Nel novembre del 2014, era l’Ebola a fare strage in buona parte del West Africa, il giornalista Barry Malone per conto di Aljazeera, in occasione della quarta edizione di Band Aid ha intervistato attivisti per i diritti umani, studenti, analisti politici ed economici africani di diversi stati per conoscerne l’opinione, e tutti si sono detti scioccati, turbati, offesi, delle parole di Do They Know It’s Christmas?, come avessero arrecato danno all’immagine del paese invece di considerare gli straordinari risultati ottenuti sul campo per effetto del denaro raccolto.

Robtel Neajai Pailey, 32 anni, ricercatore di dottorato della Liberia affermava: “A maggio, i musicisti liberiani Samuel ‘Shadow’ Morgan e Edwin ‘D-12’ Tweh hanno scritto e prodotto Ebola In Town. I testi erano informativi e i ritmi percussivi così caldi che è diventato un successo immediato. Ci pensiamo noi, Geldof, quindi fatti da parte”. Per onore di cronaca va detto che nel 2014 in Sudan si combatteva la guerra civile, scoppiata un anno prima, con gravi tensioni politiche ed etniche; che il gruppo estremista Boko Haram era attivo in Nigeria e compiva attacchi e rapimenti, in particolare nella parte nord-orientale del paese; che la Repubblica Centrafricana (RCA) registrava una ondata di violenze verso diversi gruppi etnici e religiosi e affrontava una complessa crisi umanitaria; che in Somalia il gruppo militante islamista Al-Shabaab contribuiva all’instabilità della regione; che la Libia del dopo Gheddafi era territorio di instabilità politica e conflitti armati tra diverse fazioni; che nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo esisteva un sanguinoso conflitto tra gruppi armati.

Inoltre, in Eritrea il governo del presidente Isaias Afwerki al potere dal 1993 era sotto accusa per violazioni dei diritti umani; in Sudan valeva lo stesso per il presidente Omar al-Bashir al potere per effetto di un colpo di stato dal 1989; in Guinea Equatoriale il presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, insediatosi con la forza nel 1979, era accusato per violazione dei diritti umani; in Zimbabwe il presidente Robert Mugabe, in sella dal 1980, era nel mirino degli osservatori internazionali per la repressione politica e le difficoltà economiche riversate sul popolo. Ma se vogliamo limitarci ai confini delle catastrofi di genere umanitario, nel 2014 l’Africa occidentale era colpita dall’epidemia di virus Ebola (Guinea, Sierra Leone e Liberia i paesi più colpiti), una crisi sanitaria talmente grave che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarò l’emergenza di portata internazionale; il Sud Sudan, contemporaneamente al conflitto in corso, affrontava una grave crisi umanitaria e dichiarava la carestia in alcune aree; la Repubblica Centrafricana era travolta da una complessa crisi caratterizzata da violenze, fuga di massa e crollo dei servizi sociali; e la siccità in Somalia metteva in ginocchio comunità già colpite da conflitti e instabilità.

Al netto di questo panorama non proprio da “ci pensiamo noi”, sarebbe il caso di stabilire quale fosse la portata del “immediate hit” – così lo chiama Robtel Neajai Pailey – dei due citati musicisti africani. In che modo Ebola In Town – fosse anche latore delle più belle parole del secolo prodotte da una canzone – fosse in grado competere – e quindi di produrre utili per la causa africana – col gettito generato dai 12 milioni di copie vendute nel mondo dal disco di Geldof, Ure & Co.: e mi riferisco solo alle vendite della prima edizione, quella del Natale 1984. Le successive non hanno fatto altrettanto scalpore ma si tratta sempre di ‘milionate’ di copie, arrampicando l’ennesima e più recente versione di Do They Know It’s Christmas? al n° 1 in più paesi.

Non basta. Perché è doveroso ricordare come gli Wham!, al secolo George Michael e Andrew Ridgeley, abbiano donato tutte le royalty derivanti dalle vendite di Last Christmas al Band Aid Trust: i proventi di cinque settimane abbarbicati al n° 2 proprio dietro Do They Know It’s Christmas?, facendone il singolo più venduto di sempre in UK (copie fisiche) mai giunto fino al n° 1 (primato perso nel 2021). Tutt’altro che briciole. Ma non basta ancora. Perché nel 1985, il 13 luglio, Do They Know It’s Christmas? generò un seguito eclatante: Live Aid, con due concerti (ma ce ne furono altri in molte nazioni) in contemporanea a Londra e Philadelphia – rispettivamente allo stadio di Wembley e al John F. Kennedy Stadium – trasmessi in diretta televisiva mondiale per un ascolto che coinvolse 2 miliardi di persone. Col raduno di una parata di stelle del rock da mettere i brividi, ovviamente. Anche in questo caso, nulla del genere era mai stato fatto in precedenza. Si stima che in totale siano stati raccolti circa 150 milioni di sterline per gli aiuti alla carestia come risultato diretto dei concerti. Inevitabile, l’evento – che non si può sviscerare in poche righe – si prestò alle immancabili polemiche. Ma nel 2010 perfino la BBC, che aveva sollevato dei dubbi, si è scusata pubblicamente con il Trust perché non c’era alcuna prova che il denaro fosse stato deviato; mentre l’ambasciatore britannico in Etiopia del tempo, Brian Barder, ha affermato che “la deviazione degli aiuti riguardava solo la minima parte fornita da alcune ONG alle aree controllate dai ribelli”.

Ai filosofi della domenica che preferiscono soppesare le parole col bilancino alla salvaguardia delle vite, ha risposto adeguatamente, a distanza, Midge Ure, che nella sua autobiografia scrive, se davvero ci fosse stato bisogno di chiarire, che Do They Know It’s Christmas? è “una canzone che non ha nulla a che fare con la musica. Si trattava solo di generare denaro (…). La canzone non aveva importanza, era secondaria, quasi irrilevante”. Le parole più sensate che sono state dette su Band Aid.

La morale di questa storia? Non era la prima volta che il mondo dell’intrattenimento si mobilitava per una buona causa (il concerto per il Bangladesh è il primo che viene in mente) e che la gente comune di buona volontà rispondeva con entusiasmo. Ma mai in questo modo – dallo studio di registrazione e su scala così ampia – che nel tempo ha generato epigoni a partire da We Are The World.

Al di là delle critiche fuori luogo che tendono a screditare il lato artistico di Band Aid, delle parole altrettanto fuori bersaglio, da “non sparate sul pianista”, dei confusi intellettuali interpellati da Aljazeera e non solo, la morale è questa: un supergruppo i cui super poteri dei membri sono nelle corde vocali, nella capacità di usare a dovere pochi strumenti, e in una enorme voglia di offrirsi (dopo tanto avere ricevuto), in un lampo ha improvvisato quello le istituzioni, i governi, i gestori del mondo, non sarebbero riusciti a fare in mesi o anni di riunioni senza risultati.

“Do they know it’s Christmas?” è una domanda che andrebbe posta ai potenti del mondo. Ma sarebbe tempo sprecato. Basta pensare che il governo britannico non retrocedette dalla pretesa di incassare la VAT (la nostra IVA) sulle vendite del disco. Ma anche Geldof, indomito, non indietreggiò di un passo. Sfidò di fronte al mondo la “lady di ferro”, Primo ministro, Margaret Thatcher e vinse il match: l’inquilino di Downing Street 10, a nome del governo si piegò a restituire a Band Aid l’equivalente delle tasse riscosse sul brano.

Il trio canadese dei Rush non fu invitato al Live Aid. Il batterista Neil Pert si disse scettico sul motivo che spinse molti artisti a partecipare alla manifestazione, “ma non ho nulla di negativo da dire – aggiunse – su Bob Geldof; ha sacrificato la sua salute, la sua carriera, tutto per qualcosa in cui credeva”. Qualcosa di nobile e coraggioso.

Che piaccia o no, un piccolo, semplice, pezzo di vinile, cantato da una pattuglia di viziate star della musica pop solite a stornellare frivole parole in rima, ha scosso milioni di coscienze e messo in movimento altrettante persone. Una umanità più generosa di quanto si è soliti pensare, che con un piccolo gesto, senza troppo pensare, ha salvato altri esseri umani. Uno dieci cento mille un milione o dieci, un numero nel mezzo, non importa. Anche uno sarebbe valso la pena. Tutto il resto sono chiacchiere (a Live Aid c’era anche Bob Dylan) nel vento.

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