Still dal videoclip di "Where The Streets Have No Name".

Where The Streets Have No Name. Quando gli U2 guardavano tutti dall’alto

Dove le strade non hanno nome, ma dove invece i tetti ce l’hanno. Quello divenuto famoso grazie agli U2 che vi girarono il video di Where The Streets Have No Name era di un negozio di liquori, il Republic Liquor Store, che oggi non esiste più. Se mai vi trovaste a passare da quelle parti, al suo posto trovereste un ristorante messicano, il Margarita’s Place.

1987. Siamo a Los Angeles, quartiere Skid Row, lo stesso che ha appena dato il nome a una band heavy metal del New Jersey. Bono e soci vi arrivano a fine marzo. Sono già i Rock’s hottest tickets, come li francobollerà il Time sulla copertina del numero di aprile, a evidenziarne il momento di grazia. Da un mesetto The Joshua Tree domina le classifiche di tutto il mondo e i biglietti per i concerti della band negli Stati Uniti, in sede di prevendita, sono stati presi d’assalto. La febbre U2 impazza, tra fan in delirio e servizi sui TG nazionali: scene da british (o meglio, irish) invasion.

I quattro dublinesi stanno per concedersi il primo giro nordamericano a supporto dell’album, un tour nei palazzetti, tanto per cominciare, che è solo un assaggio della più capillare (e formativa per la stessa band) branca autunnale della campagna che sarà immortalata nel film-documentario Rattle And Hum, dove verranno inclusi anche molti dietro le quinte e momenti lontano dal palco. Durante questo primo passaggio la band gira i video per il secondo e terzo singolo (il primo è stato With Or Without You) che verranno estratti da The Joshua Tree. A Las Vegas, infatti, toccherà a I Still Haven’t Found What I’m Looking For, ma il 27 marzo, qualche giorno prima del debutto live in programma a Tempe, in Arizona, i Nostri fanno tappa nella Città degli angeli e si portano avanti filmandosi, sotto la direzione di Meiert Avis, per Where The Streets Have No Name, che uscirà il 31 agosto nei formati 7  e 12 pollici, cassetta e CD.

La location è suggestiva e rievoca appunto la Beatlemania: come non pensare infatti al mitico concerto tenuto dagli Scarafaggi nel 1970 sul tetto della Apple Records e immortalato nel film Let It Be. Ma la scelta degli U2 è anche autocelebrativa. Il video è in sostanza la ripresa live della band che suona il brano a beneficio della folla di fan e curiosi che, sentendo la musica proveniente dal terrazzo, si raduna tutt’intorno all’edificio situato all’angolo tra Main Street e 7h Street. In pochi minuti arrivano sul posto più di 1000 persone, il parapiglia che ne scaturisce manda il traffico in tilt (rock ‘n’ roll stops the traffic, come da celebre quote dallo stesso Rattle and Hum) e la polizia cerca a fatica di riportare l’ordine. Nel video si sente anche un agente pronunciare la frase: «State attirando gente da Orange County e da ogni parte. Chiudiamo tutto».

La band ha previsto tutto. Nella settimana precedente il giorno degli shoot, l’entourage ha rinforzato il tetto dell’edificio per evitarne il crollo nell’eventualità di un’invasione da parte dei fan. In più la troupe si è portata dietro un generatore elettrico di riserva, prevedendo che le autorità avrebbero staccato la corrente. No, stavolta non è tutto preparato. Agli U2 non si può rimproverare di aver fatto finta (non del tutto almeno) come poi avverrà a seguito del summenzionato Rattle And Hum. Nel film che uscirà nel 1988 alcune sequenze saranno solo apparentemente fortuite, mentre per realizzare il video di Streets la band rischia sul serio l’arresto, anche se il bassista Adam Clayton dirà: «Avevamo paura di finire in carcere? Non in quel momento». In realtà – come spiegherà una ventina d’anni dopo il manager (oggi ex) della band, Paul McGuinness – alcuni aspetti del confronto con la polizia che si vedono nel corto vengono volutamente esagerati per dare al prodotto finale una resa più drammatica. Le forze dell’ordine, in verità, sono molto più indulgenti di come potrebbe sembrare e anzi a più riprese concedono del tempo aggiuntivo per permettere al gruppo di ultimare le riprese.

Chi va vicino a finire dietro le sbarre è solo il co-produttore del clip, Michael Hamlyn, protagonista di un concitato faccia a faccia con un poliziotto. Del resto gli U2 suonano ben otto brani, di cui la metà sono esecuzioni di Where The Streets Have No Name, ripetuta più volte per fornire al regista il maggior numero di inquadrature possibili. Le performance della canzone vengono intervallate da In God’s Country, Sunday, Bloody Sunday, Pride e la cover di People Get Ready di Curtis Mayfield, che il gruppo irlandese in questo periodo è solito anche proporre dal vivo.

A un paio di isolati dal Republic Liquor Store sorge il Rosslyn Annex Hotel, edificio divenuto famoso per la sua grande insegna montata sul tetto e recante la scritta “New Million Dollar Hotel”. L’insegna viene ricostruita appositamente e sistemata dalla crew degli U2 sul tetto dove si tiene la performance per richiamare l’attenzione della gente nel caso in cui non basti la musica. Il collegamento con la storia uduica è anche cinematografico: l’hotel da un milione di dollari è quello che nel 2000 darà il titolo al film di Wim Wenders scritto proprio da Bono, il quale stende la prima bozza della storia proprio a partire dai giorni in cui si trova a Los Angeles per girare il video.

Un video per certi versi deludente: la canzone più evocativa del disco, coi suoi rimandi alle mitiche vallate da western, il deserto, il mito americano e i riferimenti biblici, “sciupata” con un promofilm didascalico come pochi, che in ogni caso si aggiudicherà un Grammy nel 1989. D’altronde agli U2 non sono mai stati riferibili videoclip entrati davvero nella cultura popolare (anche se alcuni di esteticamente rilevanti ne hanno girati).

Ovviamente il discorso non riguarda l’aspetto musicale. Where The Streets Have No Name, opening track del disco, è uno dei brani più iconici del gruppo. La gestazione è stata lunga e sofferta. Il batterista Larry Mullen jr. dirà: «Ci abbiamo messo un sacco di tempo per farla funzionare bene in studio, ma credo diventi una grandissima canzone solo dal vivo. Sul disco rende al 50%». Per il produttore Brian Eno una buona metà delle session per l’album venne impiegata per giungere a una versione adeguata del pezzo. Ed è proprio Eno a condurci in quella zona di confine dove l’aneddotica incontra la leggenda. Il genio del Suffolk, infatti, frustrato per i molti tentativi andati a vuoto di far quadrare la canzone, specialmente con riguardo all’intro, andò a un passo dal cancellare il materiale fin lì registrato e ricominciare tutto daccapo. Fortuna che proprio in quel momento l’ingegnere del suono, Pat McCarthy, entrò nello studio e, vedendo Eno pronto a cancellare i nastri, mollò il vassoio da tè che stava trasportando e si precipitò verso il produttore trattenendolo fisicamente dal farlo.

Così, grazie al futuro producer di R.E.M. e Madonna per il quale le preghiere di ringraziamento non saranno mai abbastanza, oggi possiamo ancora ascoltare ai concerti Where The Streets Have No Name. Il brano è presenza praticamente fissa nelle scalette fin dalla sua uscita. Secondo molti, addirittura, senza Streets non sarebbe un concerto degli U2. Il momento perfetto, l’apice di ogni serata. Per rendersene conto basta guardarsi le testimonianze video dei loro spettacoli live: dal The Joshua Tree Tour, dove la canzone apriva le scalette, allo ZOO TV, fino al PopMart Tour e poi oltre. Il 3 febbraio 2002 il brano condensò in pochi minuti tutto lo strazio e la commozione del popolo americano dopo la tragedia dell’11 Settembre allorquando venne suonato in diretta planetaria nell’Halftime show del Superbowl. Durante l’esecuzione i nomi di tutte le 2996 persone rimaste uccise negli attentati vennero fatti scorrere sullo schermo alle spalle della band. Un momento toccante al punto che all’indomani gli U2 pensarono addirittura di riporre definitivamente in soffitta la canzone, salvo poi desistere dal farlo. I Nostri invece non tentennarono un paio d’anni dopo, quando una grande casa automobilistica gli offrì un sostanzioso assegno per utilizzare il brano in uno spot: il rifiuto fu netto.

Nel marzo 1991 i Pet Shop Boys pubblicheranno una cover di Where The Streets Have No Name (in realtà un medley del pezzo con la celebre Can’t Take My Eyes Off You di Frankie Valli) in una versione disco che farà scalpore, suonando più come uno sfottò: un altro dei motivi per cui la band di lì a poco deciderà di reinventarsi nella versione acido/sardonica di Achtung Baby e di tutto ciò che seguirà.

Ma dov’è che le strade non hanno nome? Non in Irlanda, e sicuramente non a Belfast dove – spiegherà Bono – religione e classe sociale di una persona si capiscono dalla strada in cui abita. No, il posto migliore per scordarsi la toponomastica è l’Africa. Bono c’è stato. Dopo il Live Aid, il megaconcerto benefico a favore dell’Etiopia trasmesso in diretta televisiva il 13 luglio 1985 e a cui gli U2 avevano partecipato, il cantante sentì il dovere di recarsi nel paese africano per toccare di persona la dura realtà quotidiana della gente a quelle latitudini e dare un aiuto. Motivo per cui, a settembre, partì per il Corno d’Africa insieme a sua moglie Ali per prendere parte a un progetto educativo organizzato in loco, circa un mese di lavoro in un centro di distribuzione di alimenti ad Ajibar, nel nordest dell’Etiopia, dove vocalist e consorte contribuirono allo sviluppo di un programma per aiutare i bambini a capire l’importanza dell’igiene e di un’alimentazione sana, attraverso la scrittura e l’insegnamento di canzoncine formative sul tema. Fu durante questo soggiorno che si formarono gli embrioni di alcune canzoni di The Joshua Tree tra cui appunto quella oggetto di queste righe.

Sempre a proposito di fini umanitari, sul lato B del singolo figurano tre inediti: Race Against Time, Sweetest Thing e quella Silver and Gold che Bono ha scritto insieme a Keith Richards e Ron Wood dei Rolling Stones per l’album Sun City, uscito nel 1985 sotto la sigla Artists Against Apartheid. Le ultime due canzoni, in particolare, sarebbero diventate a loro volta una il singolo di lancio di un’antologia (The Best Of 1980-1990, pubblicata nel 1998) e l’altra, nella sua versione live, uno dei momenti clou di Rattle And Hum. Questo per dire il livello di Bono & co. nel 1987, quando anche le B-sides erano in realtà delle “A-sides”. Del resto gli U2 del 1987 viaggiavano a un livello superiore. In tutti i sensi.

SentireAscoltare