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Arriviamo alla terza seduta, nella quale Tyler fa un bel sospiro e lascia da parte la violenza gratuita di quel Goblin (2011) dove, nell’oscuro scrutare di un animo ancora troppo disobbediente per aprirsi il cuore, la perversa misoginia (unita all’abilità espressiva del genio ribelle) soffocava in parte le evidenti capacità dell’artista. In Wolf il protagonista non cambia direzione, ma affronta il percorso in maniera diversa, più aperta e sincera. La maturazione è evidente anche dal punto di vista della produzione e ha un rapporto più sapiente con le strumentazioni, per non parlare delle collaborazioni che hanno influito non poco sullo svolgimento di questo ennesimo conflitto psicologico interno.
L’umore dell’album è sinusoidale, la rabbia si alterna a una confidenza che ha del commovente e, nonostante la trama sceneggiata risulti marginale, il triangolo d’amore creato dall’autore è il primo passo verso la piena coscienza delle proprie capacità. Gelosia e sofferenza animano la vicenda di una ragazza contesa tra due giovani bulli. Non bastano le dichiarazioni jazzy neptuniane (Ifhy, prodotta da Pharrell Williams, Neptunes appunto) o meccanicamente poetiche (Bimmer, con Frank Ocean) per calmare lo spirito di un protagonista che non si nasconde dietro a lettere aperte che ricordano l’Eminem di Stan (Answer) o che dice la sua riguardo al crack (48, con NAS e Frank Ocean) o alla nonna scomparsa (Lone)
La tendenza straight-edge di Tyler ha comunque le sue inclinazioni e il personaggio a cui siamo abituati ritorna in alcune delle sue dementi ospitate. La metrica di un Lil’ B si confonde alla molestia di un non più-teenager iperattivo, accompagnata anche da buona parte della crew Odd Future (Hodgy Beats, Earl Sweatshirt, Domo Genesis per citarne alcuni) a dargli man forte (Jamba, Domo 23, Rusty). Laddove termina il lamento chopped&screwed (Awkward) emerge l’ammaliante soul di un semplice beat e di una fantastica Erykah Badu (Treehome95) e Tyler non fa altro che confermare il talento ostentato più volte ma raramente colto (Oldie anyone?). Lo fa sfogandosi completamente in un’analisi di sè stesso rivista dal mondo esterno, reagendo alle critiche che subisce e concentrandosi sul suo ruolo nella scena (la geniale Rusty, “Hated the popular ones, now I’m the popular one“ “Saying I hate gays even though Frank is on 10 of my songs”).
Nonostante la voglia di distruggere prevalga su quella di costruire (Pigs), il talento anarchico di Tyler non è solamente provocazione ma dimostra una capacità riflessiva al pari dei propri coetanei californiani (Underachievers) o dei cugini neoclassici dell’east coast (Joey Badass, Pro Era Crew). He can rap.
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