Recensioni

A tre anni di distanza da Where You Stand, i Travis tornano con Everything at Once, registrato nei leggendari Hansa Studios di Berlino, che negli anni hanno ospitato artisti come David Bowie, Iggy Pop, R.E.M., Manic Street Preachers e Pixies. Anche questa volta il quartetto scozzese ha lavorato sotto la supervisione artistica di Michael Ilbert, ma a differenza dell’album precedente, sembra che abbia perso un po’ di spinta creativa, condensando quella poca che aveva in dieci tracce di breve durata e piuttosto prevedibili. Mentre il primo singolo estratto, 3 Miles High, era riuscito ad incuriosire e vezzeggiare al tempo stesso gli ascoltatori, anche grazie alla presenza in veste di corista della cantante norvegese Aurora, la title-track Everything at Once, pubblicata come singolo a fine novembre, preannunciava un album più sperimentale, con sonorità molto vicine al Beck dei tempi di Midnite Vultures.
Al contrario, tralasciando un riferimento a Kim Kardashian e alla socialmedialità (Paralyzed), è tutto molto rassicurante, come le fondamenta della coloratissima città disegnata sulla copertina. Fran Healy e compagni hanno trovato la formula vincente e se la tengono stretta. Tracce come What Will Come, Strangers On A Train, Animals e All of the Places accontentano le aspettative di tutti, solleticate con Idlewild, la collaborazione con la cantautrice inglese Josephin Oniyama, e Radio Song, dalle sonorità più scure e volutamente sporche. La mezzora di ascolto scorre piacevolmente senza particolari sorprese, escludendo Magnificent Time, un inno alla gioia che suona debole e melenso, e di cui si poteva fare a meno.
Nel complesso, purtroppo non c’è nulla di particolarmente memorabile. Sebbene sia chiaro che non si possa pretendere una costante spinta evolutiva da un gruppo con 21 anni di carriera sulle spalle, speriamo di non rivivere sempre lo stesso déjà-vu con gli album che verranno.
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