Recensioni

6.3

E’ un dato di fatto: da In Rainbows in poi è
sorta una ritrovata e indiscutibile voglia di autogestirsi in tanti artisti
vecchi e nuovi, ben felici di mandare a quel paese le ormai obsolete logiche e
tempistiche di mercato prendendosi carico di produzione e distribuzione. Se
questa specie di ritorno all’autarchia indie sia sempre e necessariamente un
bene è un po’ presto per valutarlo; vedi il caso dei Travis, riemersi poco più
di un anno fa con The Boy With No Name e ora nuovamente in pista con il
proverbiale disco istantaneo, fatto – quasi – in casa e dettato, pare,
dall’urgenza del momento.

Nessun Godrich stavolta (tantomeno Eno), né una major
alle spalle: Ode To J. Smith, ormai album numero sei, vuole essere in forma
e sostanza un back to basics ai tempi
di All I Wanna Do Is Rock (viene
resuscitata perfino la piccola label di allora, Red Telephone Box). Così si lasciano
in apparenza le fortunate, graziose e gioiose ballate pop e si riprendono in
mano le chitarre distorte di Good Feeling, con arrangiamenti su
misura per formazione elettrica (l’apripista Chinese Blues, lo stucchevole e ridicolo brano omonimo, con quel
coro da Carmina Burana). Ma pure se Broken Mirror riecheggia curiosamente i
Nirvana più narcolettici (!) non è proprio così, visto che Last Words rispolvera il banjo di Sing, Get Up riprende –
funkeggiando – dove aveva lasciato Sidee in generale il senso melodico di Fran Healy resta, inequivocabilmente, pop
(la gradevole Something Anything, unaQuite Free che pare uscita dal canone
dei Ride bucolici, altezza Going
Blank Again
). Insomma, come rocker i Travis non convincono neppure se
stessi, e di indie cose come Friendse Song To Self (U2  e Coldplay, rieccoli qua)
hanno in realtà ben poco. E allora? Nient’altro che un disco come – i loro –
altri, giusto un paio di spanne sotto lo standard. 

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