Recensioni

6.7

Com’è che si chiamava l’album di Sing, quella del video con la battaglia a colpi di cibo? Ah già, The Invisible Band,
un titolo che non ha portato esattamente fortuna ai suoi autori. E’
andata a finire che invisibili lo sono diventati per davvero, i Travis:
prima l’incidente al batterista Neil Primrose nel 2002, poi l’opaco 12 Memories, album difficile e cupo, seguito da quattro anni di silenzio, se si eccettua una divertita esibizione sul palco londinese del Live 8. Ci eravamo quasi dimenticati dei quattro scozzesi, distratti da orde di
new britpoppers di ogni genere e dalle continue ondate di giovani di
belle speranze. Loro invece lavoravano nell’ombra come niente fosse,
col solito Nigel Godrich a rivestire il tutto della sua luminescenza e,
stavolta, con la straordinaria assistenza del padreterno Brian Eno.
Ci sono tutti i numeri del “disco del gran ritorno” per Fran Healey e i
suoi, che dalla loro hanno sempre avuto una quintessenziale leggerezza
e un innato sesto senso nel forgiare melodie solari e malinconiche
quanto basta, senza mai sprofondare nell’autoindulgenza pretenziosa dei Coldplay (giusto accarezzandola un po’).

Nel riprendere pari pari la formula di The Man Who e del citato The Invisible Band (i Crowded House più folky + i Radiohead più gigioni, se la cosa avesse un senso), The Boy With No Namenon è altro che un bell’album di genere, che probabilmente ha il solo
merito di ricordarci dell’esistenza di una band che davamo per
spacciata, e invece gode di buona salute. Ci va benissimo così, perché
a parte Big Chair – un maldestro tentativo di Eno di far suonare i Travis come gli U2 tecnologici – e qualche amenità di troppo, l’ascolto fila liscio, con picchi deliziosi come la conclusiva New Amsterdam (e bella ghost track, come tradizione) e il probabile singolo spaccatutto Selfish Jean (che però somiglia tanto a Trains To Brazil dei Guillemots, che a sua volta somigliava ai Dexy’s Midnight Runners… vabbè). Ah, tenete conto che il voto che segue è più per affetto che per altro.

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