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7.2

Sesto album di studio, terzo di fila per Merge, What an enormous room sembra fare da contenitore all’estro compositivo di TORRES, pseudonimo della songwriter statunitense Mackenzie Scott. Un talento in fase di scrittura, il suo, che si è attestato con fermezza sin dai primi passi mossi, pur non conducendo a un autentico salto di popolarità, al di là degli arrangiamenti che ha di volta in volta prediletto nel corso del tempo con un certo eclettismo generale.

Dal debutto omonimo del 2013, per un’Americana nuda e cruda, è passato oltre un decennio, zigzagando tra nuance space cowboy e flirt trip hop, trovando in Three Futures e Silver Tongue i capitoli maggiormente affascinanti e a fuoco, compiendo un percorso che dalla vulnerabilità ha via via condotto alla fiera emancipazione. What an enormous room fa seguito al più radiofonico Thirstier del 2021 e riprende le redini di un discorso alt-synthrock che sa essere tanto coinvolgente, a tratti proprio catchy, quanto obliquo, pur sempre very smart.

Adesso residente nell’East Village di New York, con la moglie Jenna e il figlio adottivo Silas, Scott ha registrato What an enormous room nel North Carolina, dopo aver composto tutto in assoluto autonomia, avvalendosi del fondamentale contributo della cantautrice texana Sarah Jaffe alla produzione cristallina e degli aspetti ingegneristici curati da Ryan Pickett, mentre mix e master sono stati effettuati rispettivamente da TJ Allen (Bat For Lashes, Portishead) ed Heba Kadry. Jaffe e Allen hanno anche suonato assieme a Scott, che si destreggia in prima persona tra chitarra (il suo strumento principale), basso, sintetizzatori, organo, pianoforte e batteria programmata.

La scaletta, costituita da dieci canzoni, non presenta momenti di fiacca, alternando cartucce di corde elettriche e linee digitali memori della migliore St. Vincent (la battaglia di nervi in distorsione di Collect: «I’m here to collect») a ballad con la testa volta al presente (la più acustica e percussiva I got the fear, l’estesa Artificial limits dove «Anything could happen now»), mentre la voce si fa alla bisogna vellutata e avvolgente come mai prima d’ora (il bell’avvio di  Happy man’s shoes: «Babe, my star’s just on the rise»), alle prese persino con inserti spoken (l’altrettanto spavalda Jerk into joy, dalla quale è tratta il titolo del disco: «What an enormous room / Look at all the dancing I can do» – come a dire, lei che da ragazzina era stata a quanto pare scelta come clown della scuola: “guardate, anzi ascoltate, cosa sono in grado di fare adesso”). Proprio i testi, spesso scanditi come mantra, che si parli di attacchi di panico o gioie inaspettate, denotano un dinamismo e una voglia di sferrare dei gran calci rotanti, verso l’understatement auto-sabotante e quello dell’industria musicale. Dall’indie al mainstream, il salto forse non avverrà mai – ma in fondo va bene così, perché ci troviamo in uno splendido spazio delle possibilità.
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