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Arriva aliena, Mackenzie Scott in arte TORRES, al suo quarto album, che sancisce il passaggio a Merge dopo gli screzi con 4AD che, a detta della songwriter statunitense, ha deciso di scaricarla per non essere abbastanza di successo da un punto di vista commerciale («I wish them all the best. Also, fuck the music industry. Xo, Mackenzie»). Il dipinto scelto come copertina, infatti, a opera di Jenna Gribbon, la mostra appena scesa da un’astronave extraterrestre, protesa verso una connessione umana. Oppure nel tentativo di salutare chi di noi rimane sulla Terra, in attesa di un’”abduction” in piena regola, chissà.
Silver Tongue sta per il termine impiegato nel descrivere quelle persone capaci di far “vibrare” gli altri con la forza delle proprie parole e arriva a tre anni di distanza da Three Futures, il suo migliore lavoro all’epoca e forse ancora a oggi. Non è mai stata troppo sotto alla luce dei riflettori, TORRES, eppure il suo omonimo debutto del 2013, inciso in presa diretta in cinque giorni, lasciava intravedere grandi potenzialità: ruvido e sofferto, teso, minimale e non allineato, con rimandi alla prima PJ Harvey, a Cat Power e Scout Niblett. «Everything hurts but it’s fine (it’s fine) / Happens all the time», cantava in Honey. Il successivo e più vario Sprinter, invece, sembrava rendere omaggio a icone più moderne, da St. Vincent in giù, per un alt-rock auto-definito “space cowboy” ordito assieme a collaboratori come Adrian Utley dei Portishead, Rob Ellis e Ian Olliver. Lavori in corso per una crescita avvenuta poi, appunto, con Three Futures, dove la messa a fuoco colpiva nei testi, dalla ricerca identitaria alla celebrazione del corpo, e soprattutto sul piano sonoro, levigato sempre con Ellis, per uno spavaldo e compatto pop-rock dalle sotto-trame post-industrial.
Tornando a Silver Tongue, registrato a New York e prodotto per la prima volta in completa autonomia: TORRES si focalizza sugli alti e bassi dell’ottovolante-amore, in bilico tra dimensione fisica e metafisica. Chitarre elettriche, sintetizzatori e percussioni continuano a delimitare il campo nel quale si muove una voce enfatica eppure almeno in apparenza più in pace con se stessa rispetto a un tempo. Silver Tongue probabilmente non esploderà, non farà compiere alla sua autrice il salto definitivo nell’Olimpo dei grandi, con tanti saluti alle case discografiche che cavalcano le onde. Ma immortala un’artista che scuote con (ritrovata) semplicità e rara urgenza di fondo, con le ritmiche a batticuore dell’iniziale Good Scare, i crepitii elettronici, le corde via via a fuoco e l’ossigeno melodico della bella Last Forest, lo spiritual tinto di goticismo trip hop di Records Of Your Tenderness, la cupezza screziata di nevrosi digitali della triangolare Two Of Everything, la new wave sul feticismo della sofferenza di Good Grief. Bene anche Dressing America, ché le radici non si dimenticano, e A Few Blue Flowers – i fiori blu sono quelli che la cantante tiene in mano nella summenzionata copertina – così come Gracious Day, ballad intimista e prevalentemente acustica, e il più futuristico sciamanesimo della title track, posta in chiusura. A conferma che, analizzando bene, non si butta via niente.
Non ci sorprenderemmo se, a dispetto del profilo relativamente basso, di qui ai prossimi mesi, ricorderemo Silver Tongue come uno dei più onesti, intriganti e validi dischi di canzoni synthrock del 2020. Silver Tongue è uno “slow burner”, un po’ come la passione che alimenta la musica e la poetica di Mackenzie Scott, nonostante le sonorità vieppiù algide e inquiete. Non la sottovalutate, ci potreste rimanere scottati.
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