Recensioni

6.7

Lo ammetto: quando mi hanno proposto di recensire questo disco, sulle prime ho storto il naso. Non perché abbia nulla contro il caro Tom Petty, ma perché, per tutta una serie di motivi – soprattutto, l’impressione di avere a che fare con ere musicali troppo distanti dalla mia, e, in secondo luogo, una certa avversione per i dinosauri della chitarra degli anni ’70 -, credevo che mi sarei trovata di fronte all’ennesimo ritorno di un personaggio dalla carriera discografica infinita (e perciò, difficilmente riassumibile), rimasto per molto tempo all’ombra di altri grandi (Dylan, Reed, Young).

Insomma, mi chiedevo se ci fosse stato bisogno di un disco come Hypnotic Eye, e, per me, la risposta era tutt’altro che positiva. Ebbene, sbagliavo. Tom Petty e i suoi Heartbreakers hanno confezionato un lavoro – a quattro anni di distanza dalle profondità blues di Mojo – solido e corposo, che non deluderà né i (molti) seguaci di Petty, né gli amanti del genere immortale per eccellenza, ovvero il rock. Parliamo di un rock classico al cento per cento, puro, prodotto in maniera efficace da un musicista che fa parte direttamente di quell’Olimpo. Le canzoni, a cominciar dal rombo grintoso dell’opening American Dream Plan B, sono un “commento alla disillusione che c’è in America”, sintetizzato dai versi amari del testo (“American dream, political scheme/ I’m gonna find out for myself someday”), ma anche un tributo sincero e vitale al rock & roll.

L’intenzione della band era infatti quella di registrare un album che fosse “rock dall’inizio alla fine”, e l’obiettivo è andato a segno, con brani che spaziano dall’irruenza sixties/garage (Fault Lines) a veri e propri anthem perfetti per le radio (All You Can Carry). Ma troviamo anche buoni episodi di artigianato pop, come dimostra il languido incedere di Full Grown Boy – piano sofisticato e risvolti jazzati ben almagamati con la voce nasale di Petty, ancora in grado (a 63 anni) di saper dosare in modo originale stili e intonazioni – e brume bluesy, ad esempio in Burn Out Town: old blues d’annata, classico e tradizionale senza essere polveroso, un viaggio a ritroso immersi nella nostalgia dei sentieri d’America, a confermare la classe del musicista nel saper giocare con le epoche, muovendosi indietro e avanti nel tempo senza cadere in una retromania dolciastra e consumata.

In altre parole, ritroviamo i medesimi trasporto e calore delle altre prove, nonché una figura leggendaria che, senza essere ripetitiva, rimane perfettamente fedele a se stessa. Hypnotic Eye, dunque, suona come un disco genuino e senza tempo, che, probabilmente, non riuscirà a convertire gli scettici, ma si rivela sicuramente all’altezza di un compito nient’affatto facile: restituirci un Tom Petty ispirato.

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