Recensioni

6.8

Il vecchio caro Tom Petty, con un piccolo aiuto dei soliti amici (il chitarrista Mike Campbell ed il produttore Jeff Lynne), torna a fare ciò che meglio riesce a fare, ovvero il testimone di un’epoca cui per un soffio non ha potuto appartenere. I Sessanta dei Byrds, di Orbison, dei Beatles, del Bob Dylan che scompaginava le carte in tavola, di Young in procinto di partire per la corsa all’oro. Eccetera. Mai come nei dischi senza Heartbreakers – i due must Full Moon Fever e Wildflowers – questo gioco è sembrato evidente e riuscito: non fa eccezione il qui presente Highway Companion, che tra ballad dolciastre, torvi folk-blues, intrighi visionari e guizzi sfrigolanti sfoglia più o meno tutte le pagine del catalogo pettyano.

Siccome non viene meno la fiera intensità che ne ha costellato l’intera (trentennale) carriera, e preso atto che gli anni donano all’inconfondibile nasale della voce un retrogusto da brividi, concediamo ben volentieri al vecchio caro Tom di fare più o meno le solite cose. Anzi, si finisce col voler bene a questa cocciuta dichiarazione d’appartenenza, a quel marcare il territorio, a quel percorrere parentele sonore come un salvifico ricongiungimento sentimentale. Si tratti dell’agro vaudeville un po’ Kinks un po’ The Who di Jack o del boogie irrorato CSN&Y di Saving Grace, delle volatili angosce Beatles/Floyd nella conclusiva The Golden Rose o delle propaggini Phil Spector tra i bagliori jingle-jangle di Flirting With Time.

E soprattutto, naturalmente, l’impronta di Dylan, palese nella molle apprensione di Down South e nell’acidulo incedere di Ankle Deep. I nostalgici più fieri e i fans di lungo corso ne saranno entusiasti. Tutti gli altri potranno apprezzarlo senza neanche sforzarsi troppo.

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