Recensioni

Rocker di vaglia ma senza phisique du rôle, con parecchio talento ma non abbastanza da ambire a un posto nell’olimpo. A occhio e croce, ecco l’idea che abbiamo di Tom Petty dal fondo di questa provincia d’Impero. Qualcosa di vero deve pur esserci. Non fosse perché in tutta la lunga e onorata carriera da noi il buon Tom ha conosciuto un po’ di fama solo grazie all’intervento di un effimero Re Mida del pop quale Dave Stewart, produttore di un album tutto sommato così così come Southern Accents (MCA, 1985) che aveva però il merito di contenere l’ingegnoso tormentone Don’t Come Around Here No More. Due anni più tardi, il ben migliore Full Moon Fever (MCA, 1987) passò regolarmente inosservato. Bah, rassegniamoci: così vanno le cose, così devono andare. Se non altro, possiamo fingere che Wildflowers sia una specie di segreto, non il fenomeno da tre milioni di copie nei soli States.
Un successo perfettamente comprensibile: trent’anni di folk-rock celebrati con trasporto e calore, ma anche e soprattutto il punto su una carriera intensa, autentico inventario di calligrafie, strappi e attitudini. Facendo le debite proporzioni, e considerate tutte le differenze, questo disco è ciò che New York fu per Lou Reed, Oh Mercy per Dylan, Ragged Glory per Young. Lavori in contropiede sul declino, che non inseguono l’inaudito ma azzannano la polpa del già udito, snodi in cui convergono istanze e motivazioni. E’ attraverso titoli come questi che il Rock – mistero giovane e arcaico, languido e scapestrato – usa ogni tanto rinascere. E’ la storia di un incontro. Sulla strada di Tom e del fido Mike Campbell si stagliò un giorno la figura cavernicola del producer Rick Rubin, già fautore di ruvide delizie con Public Enemy, Red Hot Chili Peppers e Run DMC tra gli altri. Un tipo piuttosto estroso, con le idee chiare su un paio di cose: in caso di rock’n’roll, le chitarre suonino come allarmi, la voce sia un primo piano senza requie, la batteria stia al centro e picchi come se ci fosse da spaventare il demonio (si ascolti la serrata acidità di You Wreck Me); se invece ballata deve essere, si lavori in trasparenza, si dia l’impressione di poter toccare il cincischio dei piatti, e la pennellata palpitante delle tastiere, e il pizzicare asprigno delle corde (Only A Broken Heart tornerà utilissima per chiarirvi le cose in proposito).
E, naturalmente, tutto ciò che sta nel mezzo, a vari gradi d’intensità e pressione. Insomma, in quel tempo e in quel luogo, non poteva avvenire incontro migliore. Al resto pensò la vena di Petty, aperta ad un’ispirazione entusiasta, sintonizzata su quanto di pesante e leggero da sempre ne ha sostanziato la musica. Dal fatalismo amarognolo e sornione di You Don’t Know How It Feels (armonica ruffianissima, piano elettrico da erezione) al sardonico boogie-psych di Cabin Down Below, passando per lo spettrale conato blues di Don’t Fade On Me fino al solare grido d’allarme in A Higher Place (una festa di organo e harmonium). Tolti un paio di titoli buoni ma un po’ fuori fuoco – nello specifico It’s Good To Be King (gradevole il riff di piano, eccessiva l’orchestrazione di Michael Kamen) e House In The Woods (valzer d’un blues nato un po’ stanco che né la bella pedal steel né il profluvio di sax riescono a riscattare del tutto) – il programma sciorina una qualità media considerevole e qualche passaggio da ribaltarsi.
Tra i buoni vanno segnalati almeno Time To Move On (una nuvola di synth, drumming zampettante, pennellate di slide, una rassegnazione in cammino), la trepida Hard On Me (come un Neil Young appena più didascalico), il già citato spurgo rock’n’roll di You Wreck Me e il folkettino ineffabile di To Find A Friend (tra vaudeville diafano e timido esotismo, alla batteria siede il sempre amabilissimo Ringo Starr).
I gioielli stanno in cima e in fondo, aprono e chiudono la collana come se il fermaglio contasse più delle perle, e in qualche modo questo mi sembra quagliare con la personalità di Tom. In testa la title track, folk a luci basse in cui sbocciano via via l’harmonium, il piano, ricami di harpsicord ed il tipico, tiepido canto nasale di Mr. Petty. In coda, la doppia chiusura di Crawling Back To You prima (road ballad fatta di volti e luci e ricordi che si spampanano nel buio) e Wake Up Time poi, valzerone che piroetta nudo, raccoglie da terra un consiglio e – in un misurato crescendo orchestrale – te lo appoggia sul cuore.
Ok, magari Wildflowers non è uno di quei dischi omicidi che dopo nulla è più uguale. Tom Petty non è proprio quel tipo di rocker. Le sue sono canzoni che, come scagliate da un lanciatore di coltelli, sembrano sfiorarti soltanto. Ma sono bagliori che non dimentichi.
Amazon
