I Velvet Underground, Doug Yule e la reunion del ‘93

A volte le vicissitudini di alcune band portano a chiedersi cosa sia un gruppo rock, quale sia la sua natura, cosa lo definisca. Il nome? La formazione? La linea stilistica?

Per dire, i Pink Floyd posticci di Gilmour e Mason SONO i Pink Floyd o ne hanno semplicemente il nome? E quali sono i veri Yes, se contiamo che la formazione ritenuta “classica” in realtà è durata (salvo reunion degli ultimi tempi) un anno e mezzo sui primi venticinque?

Analoghe domande le pone la reunion dei Velvet Underground, avvenuta nel ‘93 e terminata dopo pochi mesi a causa del riaffiorare di antichi dissapori e conflitti di ego, gli stessi che nel 1968 avevano portato Lou Reed a cacciare John Cale dalla band, dando il via a una sorta di soap opera dal finale a sorpresa. Allora il gallese era stato sostituito dal giovane (e meno talentuoso, se pur bravo) Doug Yule, ma le manovre del manager Steve Sesnick per fare di costui il leader del gruppo a scapito di Reed avevano poi portato quest’ultimo ad abbandonare i VU durante le registrazioni del quarto disco, Loaded (Atlantic, 1970), tra l’altro in un momento in cui anche Moe Tucker si era momentaneamente allontanata dalla band perché incinta.

Yule porterà ancora avanti per qualche tempo il nome Velvet Underground, chiamando a sé gli illustri sconosciuti Walter Powers e Willie Alexander e imbarcandosi in una serie di concerti che toccheranno anche l’Europa (immortalati nel cofanetto Final Vu, pubblicato solo in Giappone nel 2001 dalla Captain Trip); dopo l’abbandono definitivo della Tucker – che era stata preceduta da Sterling Morrison nel 1971 – verrà infine pubblicato il famigerato Squeeze (Polydor / Loaded febbraio 1973), registrato dal solo Yule con Ian Paice dei Deep Purple. Da molti considerato come l’album dell’infamia, è praticamente un’innocua raccolta di canzoni nello stile del Reed di Loaded, con titoli come Jack & Jane (i protagonisti della ben più illustre Sweet Jane) a dare ulteriore conferma del “paradosso” degli ultimi Velvet Underground: una band fantasma, tenuta in piedi soltanto dal ricordo di ciò che fu; inutile dire che l’impatto di Squeeze fu praticamente nullo, già alla sua uscita un pezzo raro per il mercato dei collezionisti.

E i “veri” Velvet Underground? In quello stesso momento, Reed e Cale conducevano a gonfie vele le rispettive carriere soliste (con Berlin e Rock’n’Roll Animal l’uno, con Paris 1919 l’altro); i VU erano per entrambi acqua passata, se si eccettua l’estemporanea reunion avvenuta al Bataclan di Parigi il 29 gennaio 1972, che vide Reed, Cale e una rediviva Nico protagonisti di un memorabile concerto acustico (per anni disponibile in bootleg, e pubblicato ufficialmente soltanto nel 2003 dalla Alchemy). Da allora, il nome Velvet Underground verrà ufficialmente riesumato soltanto nel 1993, quando i superstiti della formazione originale (Reed, Cale, Morrison, Tucker) tornarono clamorosamente insieme per un tour europeo e un album dal vivo (il doppio Live MCMIXIII, Sire, novembre 1993)e per il progetto – poi abortito – di un album in studio. Due anni dopo Sterling Morrison muore, e Lou Reed dichiara che a quel punto non potranno più esserci i Velvet Underground. “Eravamo quattro. Adesso siamo tre. Non potrà mai essere come era”.

Da una parte questa sembrò una forma di rispetto per il passato glorioso di un gruppo costituito da quattro personalità eccezionali che insieme avevano saputo creare qualcosa di superiore alla somma dei loro valori individuali; un omaggio alla versione “storica”, “pura” dei VU. Dall’altra però fa chiedere secondo quale principio e quale idea di gruppo rock non possono esistere i VU senza Sterling Morrison, visto anche che la formazione “storica” l’aveva rotta lo stesso Reed dopo i primi due dischi cacciando Cale: forse The Velvet Underground (Verve, 1969) e Loaded sono degli apocrifi come Squeeze?

Se decidiamo che un gruppo rock è l’insieme delle persone che sono passate nei suoi ranghi durante la sua storia, i VU non sono certo quattro: si avvicinano piuttosto alla decina di persone e (almeno) tre incarnazioni.

Ma, si obietterà, ha ragione Lou Reed: i veri VU sono i “primi” perché hanno fatto i dischi migliori, quelli di Yule erano i VU solo di nome, e se Squeeze ormai è introvabile e non viene ristampato ci sarà anche un motivo. Sul nome, però, lo stesso Doug Yule (sempre contrariato dall’esclusione dalla reunion del ’93 e dalle severe critiche ai “suoi” VU) ha detto: “Negli anni ‘60 i gruppi erano democratici e nessuno imponeva nulla a nessuno: se si litigava ci si divideva e la maggioranza si teneva il nome”. I “suoi” Velvet Underground sarebbero perciò legittimi, esattamente quanto i primi: tra l’altro i membri storici, a parte Cale, se n’erano anche andati da soli…

A Yule si potrebbe obiettare intanto che i gruppi spesso non erano democratici per niente – per dirne uno, i Creedence Clearwater Revival – e men che meno i VU, nei quali Reed aveva, come detto, imposto la cacciata di Cale (e non solo); e poi che di solito il nome di un gruppo è posseduto legalmente da qualcuno che decide cosa farne, spesso secondo le richieste commerciali della casa discografica. Dire che i veri VU sono i primi perché erano quelli originali e hanno fatto i dischi migliori significa opporre alla concezione “democratica” di Yule e a quella legale-amministrativa un’altra idea di gruppo rock, che distingue un nome vuoto da un progetto musicale vivo ed ispirato.

Proprio a questo proposito qualcuno, pur ammirando il buon livello delle performance e la magia che i quattro ricreavano sul palco, era rimasto perplesso dai concerti del 1993: la quasi assenza di canzoni nuove (Coyote è ben poca cosa) e delle leggendarie improvvisazioni (a parte la cacofonia old velvet style di Hey Mr. Rain) aveva fatto pensare a molti che l’unico scopo del progetto fosse accontentare chi per vari motivi non aveva potuto vedere il gruppo all’epoca; come vendere una cartolina di un vecchio gruppo realizzata per monetizzare una fama postuma. C’era chi non trovava naturale che dopo oltre vent’anni i quattro si ritrovassero imbalsamati in un’immagine di altri tempi a suonare gli stessi pezzi dei giorni d’oro, in più con la stranezza di Cale che suonava le canzoni di album su cui non aveva suonato. Ma i motivi per cui la reunion era invece perfettamente legittima sono, curiosamente, gli stessi che fanno nascere qualche perplessità sulle affermazioni di Lou Reed.

Se Morrison aveva abbandonato la musica da anni e la produzione discografica di Tucker era stata sporadica, la carriera solista di Cale si era invece mantenuta su alti livelli e Lou Reed aveva appena prodotto un’eccellente trilogia di dischi – New York, Songs For Drella (proprio insieme a Cale) e Magic And Loss): non si trattava di certo di quattro musicisti bolliti senza più niente da dire, che ricorrono a una reunion come ultima spiaggia. Non c’è nulla di strano nell’idea che quattro musicisti a un certo punto decidano di collaborare di nuovo e di percorrere insieme i passi successivi del loro cammino musicale. Inoltre i gruppi sono degli organismi vivi: nella storia del rock ci sono state band che hanno mantenuto sempre la stessa formazione, ma altre nel tempo hanno cambiato organico e stile, e non necessariamente in peggio. Alla fine, quello che conta è l’interazione tra i musicisti che in quel momento si trovano a suonare insieme, conta ciò che effettivamente producono e non l’ossequio al passato o a ciò che il pubblico sia aspetta dal gruppo.

Ora, se è troppo pretendere che senza Reed il gruppo potesse mantenere lo stesso nome ed essere considerato la stessa band, d’altra parte è stato accettato tranquillamente che esistessero dei VU senza Cale. Dunque perché non senza Morrison?

Certo il chitarrista aveva un ruolo fondamentale nel suono della band, più di quanto facciano supporre le sue pochissime firme sui brani, ma non si capisce perché Reed, Cale e Tucker non potrebbero oggi decidere di fare un disco insieme. Anche come Velvet Underground: perché rifiutare l’idea di un’ evoluzione, di un cambiamento per un gruppo che già era passato per un processo simile? A quel punto esso avrebbe seguito il corso naturale di gioventù, maturità e invecchiamento solitamente occultato nella dorata immutabile adolescenza del pop. In fondo i membri del gruppo sono stati tra i principali artefici della trasformazione del rock da prodotto usa-e-getta fatto da giovani per giovani e legato inesorabilmente all’età, a contenitore universale all’interno del quale ognuno può tracciare le proprie coordinate ed inserire i propri contenuti.

Sia chiaro, nessuno li obbliga a riprovare periodicamente a rifare i VU, e ha ragione Reed quando dice che non sarebbe com’era. Il rinascere poi dei conflitti di un tempo deve averli sconsigliati dal riprovarci, e a un certo punto avranno anche scelto di percorrere altre strade. Ma dire che non ci possono essere più i VU perché non c’è più Sterling Morrison non ha nessun fondamento, né nella storia del rock né in quella dei VU stessi, a meno di non pensare che il gruppo debba rimanere uguale all’immagine di un tempo. O forse ce l’ha, se analizziamo il lato delle dinamiche umane dei gruppi musicali, che tanta parte hanno avuto anche nella storia di questa meravigliosa band. Forse Morrison era colui che riusciva ad ammortizzare almeno parzialmente i contrasti tra le due personalità di Reed e Cale. I quali, è vero, avevano fatto insieme Songs for Drella, ma in quel momento non stavano rimettendo in discussione il nome dei VU.

E se è difficile stabilire cosa sia davvero un gruppo rock –un nome, un insieme di persone, un progetto musicale, un contratto, un certo stile o altro – sappiamo bene cos’erano i Velvet Underground: la band che aveva permesso a un giovane poeta-rocker come Lou Reed di cominciare ad esprimersi davvero e di lasciare la sua fondamentale impronta nel rock, e che al rock aveva introdotto un geniale musicista d’avanguardia come John Cale, il quale aveva arricchito questa musica di elementi fino a quel momento ad essa estranei; qualcosa di più di un semplice gruppo musicale, un’esperienza artistica ed umana totale nella quale erano entrati anche l’amicizia con Warhol, i contatti con avanguardie artistiche e situazioni in cui si definiva il clima di una città in un’epoca -New York alla fine degli anni ’60- esperienze importanti di amore, crescita e droga.

Qualcosa insomma di così grande da non poter essere affrontato e/o ridiscusso senza “l’aiuto degli amici” a ranghi il più possibile completi: senza tra gli altri, ma evidentemente più degli altri, il sostegno del caro, insostituibile, Sterling Morrison.

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