Recensioni

Un adolescente vittima di bullismo, obeso e con un’identità sessuale forzatamente repressa per non precludersi il successo. Prendiamolo e smagriamolo, ingelliamolo, diamogli delle coreografie rubate a Justin Timberlake e affianchiamogli un produttore emergente e furbetto (destinato poi a colonizzare il mainstream italiano). Scopriamo che con qualche decina di chili in meno il ragazzo è pure belloccio, ha carisma, tiene divinamente il palco e – dettaglio croccante – è un talento vocale incredibile. E i pezzi che ha in repertorio sono forti, anzi delle vere e proprie hit. Esordio servito.
Sono tante le critiche che si potrebbero muovere a Rosso Relativo. Prodotto pensato e costruito a tavolino dalla premiata ditta Maionchi-Salerno, teen-pop usa e getta, produzione di plastica e scopiazzona da parte di un Canova che rientra a pieno titolo come responsabile primario nei discorsi da bar in merito all’appiattimento del panorama pop italiano. È vero che parliamo di un prodotto pensato per vendere, e che ha venduto. Pure tanto, e non solo in Italia. Disco di platino qui ma anche in Spagna e Svizzera, d’oro in Francia e Turchia (?), svariate edizioni spagnole per il Sud America (prime di una lunga serie); Xdono nel 2002 è risultato il terzo singolo più venduto in Europa (!), dietro – e non di molto – solo a nomi come Eminem e Shakira.
Già il fatto che una popstar nostrana possa risultare competitiva in quel campionato è evento degno di nota, come è altrettanto vero che la hit in questione, che per prima ha spinto il disco, era un plagio dichiarato di Did You Ever Think di R. Kelly e Nas. Lo stesso Tiziano non ne ha mai fatto mistero e partendo da questo estremo, è chiaro che Canova non ha inventato assolutamente nulla. Eppure, negli stessi anni in cui Justin Timberlake (ancora lui) esordiva da solista, con Timbaland e Neptunes che sparavano forse le loro cartucce migliori in ambito mainstream, Tiziano Ferro e Canova facevano la stessa identica cosa qui in Italia, ed erano probabilmente i primi a farlo a questo livello. E lo facevano molto bene. Il livello era distante anni luce dai modelli d’oltreoceano, ma anche solo in termini di tempismo ai due va riconosciuto un merito importante. Perché ci si può cristallizzare sul plagio di Xdono oppure ascoltare un beat come quello di Primavera non è +, che pur restando nel recinto di radiofonicità da classifica, fa diverse cose interessanti. Come quegli archi sintetici che, rallentando un po’ i bpm, non sarebbero stati male in un disco di 50 Cent; o quel riff di chitarra acustica vagamente arabeggiante nel bridge; oppure ancora un flow che è rap senza essere davvero esplicitamente hip hop («Mi accuso / Del sopruso / Non abuso / Della tua calma / Sono stato brusco e non ottuso / C’è gran differenza»). Sembra un paradosso, ma tant’è.
Del resto l’hip hop Tiziano l’aveva respirato da molto vicino, come corista per i Sottotono e gli ATPC da giovanissimo, e anche la scena odierna gli riconosce parecchio rispetto (dalle collaborazioni con Marracash ad attestati di stima da gente come Ernia). E se i testi (non tutti, ma tanti di quelli più famosi) di Ferro tengono il piede ben infilato nello scarpone del pop italiano più classico, le sonorità di Rosso Relativo (e in parte anche del successivo 111) hanno tanto a che spartire con l’hh. Per dire, scavando un minimo, il singolone L’Olimpiade altro non è che un pezzo boom bap. Ma se il mainstream radiofonico italiano negli anni si è gradualmente aperto all’hip hop, il Tiziano Ferro di Rosso Relativo va annoverato tra le tappe fondamentali. Se questo sia un bene o un male spetta alla sensibilità di ciascuno, ma negarne l’importanza sarebbe miope. Non che la blackness del primo TF si riduca al rap e all’hip hop. Soul-dier ad esempio, registrato con la collaborazione con la Big Soul Mama Gospel Choir di New York, è puro gospel applicato al pop.
Insomma, con un discorso analogo al Timberlake di Justified, l’appetibilità commerciale non necessariamente comporta una scarsa qualità tout court. Parliamo comunque di black music sbiancata e ripulita fino all’osso, che si infila il vestito buono per andare in radio (e restarci). Se la cosa non basta per farvela disprezzare a priori, potremmo (ri)scoprire un esordio veramente buono. Perché melodie come quelle di Il Confine sono belle con qualsiasi arrangiamento. Basta lasciare da parte la spocchia.
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