Recensioni

Visto il periodo di uscita è difficile non mettere Ferro in relazione all’altro grande docu-film musicale di queste settimane, quello su Sfera Ebbasta. Ma i paralleli si esauriscono con il periodo di uscita. Perché laddove il secondo si risolve in un pleonastico spottone agiografico e autoreferenziale, il primo spicca il volo per andare a parare da tutt’altra parte. Sarebbe potuto essere a sua volta la (legittima) autocelebrazione di un artista senza più nulla da dimostrare. Invece Tiziano Ferro è riuscito a prendere la sua parabola esistenziale e a renderla una cosa di tutti. L’ha fatto con grande sensibilità e intelligenza.
Perché più che le canzoni dell’artista, qui abbiamo sotto i riflettori i nudi spettri dell’uomo. «Alcolista, gay, bulimico, depresso e famoso. Pure famoso mi sembrava un difetto», dice lui. E con temi del genere, ingombranti e spesso abusati (in ogni senso), il rischio di cadere nel cliché è dietro l’angolo. Invece Tiziano si muove slalomeggiando con eleganza nel marcio e nel dolore della sua vita, tra il bullismo subito e un’obesità persa troppo in fretta, una sessualità repressa e nascosta a forza per non dover rinunciare alla carriera e una dipendenza dall’alcol sempre più solitaria e (auto)distruttiva. Eppure mai una nota di vittimismo, di narrazione dalla patina maudit, di facili stereotipi. Quello che resta è una dignità inscalfibile anche nelle circostanze più abiette e difficili. La serenità non trovata ma conquistata con le unghie e le lacrime, che sono sempre estremamente umane ma mai patetiche.
Poi c’è inevitabilmente qualche vecchio trombone che in merito al film ha parlato di spettacolarizzazione di un dolore troppo patinato per essere vero, che ha ridotto il film a due ore in cui l’artista non fa altro che lagnarsi. Anzitutto la durata è di poco più di un’ora, non per mancanza di idee ma perché non viene detto nulla più di quel che è necessario. Ma soprattutto non ha senso tirare in ballo Maria De Filippi e i patetismi di C’È Posta per Te, né coglie il segno accostare Ferro alle narrazioni tipiche di format come X-Factor, alla costante ricerca del caso umano di cui raccontare la parabola esistenziale. Perché la differenza tra le due cose è lapalissiana: Tiziano Ferro qui non sta legittimando una carriera agli inizi servendosi dei suoi problemi personali; sta piuttosto puntando la luce su problemi da sempre presenti e intuiti, ma altrettanto taciuti, in un momento della sua vita in cui non ha più nulla da dimostrare. Allora più che un escamotage di marketing per vendere più dischi (come se ne avesse bisogno), Ferro è piuttosto un messaggio di positività, semplice e diretto, confezionato ad arte per il suo pubblico.
Poi è vero, c’è qualche momento che avrebbe forse dovuto restare privato: fotogrammi molto intimi del matrimonio con Victor, ad esempio; così come qualche scena risulta un po’ artata, tipo le sedute degli alcolisti anonimi. Ma dopo quel filmato di repertorio dal 1996, di un Tiziano con molti anni di meno e molti chili di più, che canta con lo stesso talento e la stessa immutata umiltà, tutto risulta necessario. Non era facile, anche se da fuori sembra lo sia stato. Una considerazione che in effetti si potrebbe applicare a tutto il suo percorso.
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