Recensioni

Per capire la portata rivoluzionaria del Batman di Tim Burton, bisogna tenere a mente che la figura del Cavaliere Oscuro fino al 19 giugno del 1989, giorno in cui la pellicola fece il suo debutto a Los Angeles, era associata all’immagine camp della serie televisiva anni ’60 con Adam West nel ruolo principale. Oggi non stupiscono nemmeno le parole un po’ forti di Michael Keaton che, al netto del proprio ego spropositato, afferma con sicurezza che non esisterebbe nessun universo condiviso (Marvel o DC) se non fosse stato per il rischio che un giovane Burton e la Warner si presero alla fine degli anni ’80 proponendo al pubblico dell’epoca una visione così oscura e gotica di uno dei supereroi più celebri di sempre.

Contrariamente a quanto un giovane spettatore appassionato di cinecomic sarebbe portato a pensare ai giorni nostri, il percorso produttivo di Batman fu tutt’altro che sereno. Non era un’epoca in cui uscivano in media cinque-sei cinefumetti all’anno, basti pensare che l’esempio di maggior successo fino a quel momento era stato il Superman di Richard Donner, datato 1978, la cui saga aveva progressivamente perso appeal e interesse da parte del pubblico fino al disastroso Superman IV: The Quest for Peace del 1987. Il successo del blockbuster di Donner fece però da sveglia a due intrepidi e giovani produttori che volevano “riabilitare” l’immagine del Cavaliere Oscuro agli occhi del pubblico e riconciliarlo con i lettori di fumetti, scoraggiati dalle atmosfere farsesche della succitata serie televisiva (che diede poi vita anche al film del 1966 diretto da Leslie H. Martinson). Dopo il rifiuto di diversi studios, però, quella missione sembrava ormai una scommessa già persa in partenza.

Michael Keaton è Batman nel film di Tim Burton

I due produttori in questione erano Jon Peters e Peter Guber, che volevano un Batman radicalmente diverso dal passato.La svolta tanto attesa avvenne non al cinema ma sulla carta. Con The Dark Knight Returns di Frank Miller e, poco dopo, The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland, Batman torna a essere un personaggio cupo, ossessivo, psicologicamente disturbato. Quelle storie non solo ebbero un enorme successo editoriale, ma dimostrarono che esisteva un pubblico adulto disposto a prendere il personaggio molto sul serio. Fu questo il segnale che convinse la Warner Bros. a tentare di nuovo la strada per un adattamento cinematografico.

Peters e Guber cercarono quindi un regista con una visione forte e insieme allo studio lo individuarono “in casa”: Tim Burton, all’epoca ancora giovane ma con già alle spalle un buon risultato al box-office con Pee-wee’s Big Adventure e soprattutto con Beetlejuice sembrava l’uomo giusto. Burton non era un grande esperto di fumetti, ma venne immediatamente attratto dall’idea di un Bruce Wayne rappresentato come una figura scissa, isolata, quasi disturbato patologicamente. Gotham, nella sua mente, non sarebbe stata una città realistica, ma una proiezione dell’anima del suo stesso protagonista.

Michael Keaton in Mister mamma (1983)

Il regista, tuttavia, incontrò già i primi problemi sulla sua strada, a riprese non ancora iniziate. La decisione che fece esplodere il caso fu il casting di Michael Keaton. Burton lo voleva a tutti i costi dopo aver lavorato con lui in Beetlejuice. Keaton, secondo il regista, ha proprio ciò che serve: un’apparenza normale, quasi anonima, dietro cui può nascondersi qualcosa di inquietante. A convincere Burton che Keaton fosse la persona giusta per il ruolo furono principalmente i suoi occhi, così penetranti ma anche capaci di comunicare un vero dolore unito a sprazzi di pazzia. Il problema fu che, per il pubblico dell’epoca, Keaton era considerato soprattutto un attore comico, noto per ruoli leggeri in film per tutta la famiglia. Non era alto, non era muscoloso, non assomigliava affatto all’iconografia dell’eroe “classico” che molti fan avevano in mente.

Quando la notizia diventò pubblica nel 1988, scoppiò una protesta senza precedenti in un’epoca in cui internet non esisteva ancora. La Warner Bros. venne sommersa da decine di migliaia di lettere di protesta, telefonate, fax. Le riviste specializzate e le fanzine amplificarono questo malcontento, e nelle fumetterie si discuteva animatamente della scelta. Molti fan erano sinceramente convinti che un attore comico avrebbe distrutto definitivamente la credibilità del personaggio, quella poca rimasta dopo lo “scempio” del Batman di Adam West. Fu una delle prime vere rivolte di fan della storia del cinema, organizzata attraverso mezzi analogici ma non per questo meno potente.

Lo studio prese la situazione molto sul serio e corse ai ripari. Per cautelarsi, affiancò a Keaton una star di peso assoluto come Jack Nicholson nel ruolo del Joker. Nicholson non era solo un nome prestigioso, ma una sorta di garanzia: se il pubblico non accettava Batman, almeno avrebbe avuto un Joker memorabile. Il suo contratto, leggendario, con percentuali sugli incassi e sul merchandising, fu un chiaro segnale di quanto la Warner stesse puntando su di lui come elemento rassicurante (talmente tanto da fingere una trattativa con il povero Robin Williams, che si vendicherà anni dopo, per chiudere in fretta con Nicholson).

Jack Nicholson nei panni di Joker in “Batman”

Anche il marketing risentì delle polemiche. La Warner decise di puntare quasi esclusivamente sul logo del pipistrello, evitando di mostrare troppo il volto di Keaton. Fu una mossa geniale: invece di rispondere alle proteste, il film si manifestò come un evento misterioso, quasi mitologico. Il simbolo diventò onnipresente e alimentò un’attesa enorme e spasmodica, culminata con le lunghe fila formatesi fuori dalle sale cinematografiche.

Durante la produzione, Burton portò avanti una visione molto controllata e stilizzata, aiutato da un comparto tecnico ispiratissimo. I set costruiti ai Pinewood Studios di Londra erano enormi e artificiali, ispirati all’espressionismo tedesco e all’art déco. Il Batman che ne emerge è rigido, quasi immobile, anche per via del costume, e proprio per questo assume un’aura minacciosa. La colonna sonora di Danny Elfman contribuì a dare al film un tono epico e oscuro, lontanissimo da qualsiasi ironia televisiva. Non solo, Elfman stabilirà lo standard per le musiche da cinecomic a Hollywood, tanto da essere ricalcato dalla serie animata Batman: The Animated Series (di cui compone la sigla) e ripetendosi sia con la serie televisiva su Flash nel 1990 che anni dopo con lo Spider-Man di Sam Raimi (2002-2004) e l’Hulk di Ang Lee (2003).

Non bisogna poi dimenticare le canzoni di Prince anch’esse dotate di un’importanza cruciale perché introducono nel film una seconda anima, complementare e in tensione con quella gotica di Burton. Lontane dall’essere semplice accompagnamento, le canzoni di Prince funzionano come un’estensione del Joker e della sua visione anarchica di Gotham: pop, funk, sensualità e caos irrompono in un mondo altrimenti cupo e monumentale. In questo senso, la colonna sonora di Prince non “stona” con il film, ma ne rafforza il contrasto tematico diventando complementare al lavoro di Elfman.

Prince in un’immagine promozionale per l’uscita di Batman

Quando Batman uscì nell’estate del 1989, il successo fu travolgente. Il film diventò il maggior incasso di sempre fino a quel momento e diventò un fenomeno culturale. Michael Keaton, che molti avevano dato per spacciato, venne rivalutato: la sua interpretazione funzionò proprio perché Batman appariva strano, silenzioso, inquietante, più simile a una creatura notturna che a un eroe tradizionale. Molti dei fan che avevano protestato riconobbero di essersi sbagliati. Anche la promozione è senza precedenti, memore soprattutto della lezione degli Star Wars di George Lucas, Warner organizzò feste, interviste e creò un’enorme macchina per il merchandise che diffonderà ovunque il logo del film. Tanto per ribadire quanto fossero diversi i tempi, e come sarebbe stato diverso oggi con uno strumento come internet nelle mani dei fan, lo stesso Keaton nel corso della sua ospitata da David Letterman fece davanti a tutti e in televisione uno spoiler gigantesco sulla trama.

Se lo si guarda oggi, al di là del suo valore storico, colpisce soprattutto quanto Batman sia un film trattenuto, persino timido, rispetto ai cinecomic contemporanei. Sembra quasi un paradosso: nel 1989 veniva percepito come oscuro e “estremo”, ma visto con gli occhi di oggi appare quasi introverso. Burton non cerca mai lo spettacolo continuo; al contrario, costruisce il film su attese, silenzi e atmosfere. Batman compare relativamente poco, parla pochissimo, e spesso è più una presenza che un protagonista attivo. Questa scelta non è un limite tecnico, ma una precisa idea narrativa: Batman è una figura mitica, quasi un fantasma urbano, e il film vuole che lo spettatore lo percepisca così. Pensiamo alla corsa in Batmobile verso la Bat-caverna: la sequenza è un crescendo di emozioni scandite dagli archi e i fiati condotti da Elfman; la corsa notturna è poi tutta girata dal punto di vista di Vicky Vale (Kim Basinger, che subentrò a Sean Young in fase di riprese dopo l’infortunio di quest’ultima sul set) che cerca invano di carpire un po’ d’umanità nello sguardo del suo salvatore, per il quale invece nutre molta paura. Gli occhi di Keaton emergono come l’unico elemento umano che Vicky sembra bramare, ma a quel punto viene abbagliata da una luce e rimessa al suo posto; il terrore si impadronisce di lei, evidenziato dalla fanfara del compositore.

La sensibilità di Burton è profondamente gotica e romantica (l’avrebbe ribadito con una maggior potenza espressiva nel sequel Batman – Il Ritorno), non muscolare. Il conflitto centrale non è tanto tra eroe e villain in senso fisico (c’è anche quello sia chiaro, ma volutamente esagerato e farsesco), quanto tra identità spezzate. Bruce Wayne e Joker sono due variazioni dello stesso trauma, due risposte diverse alla follia di Gotham. Questo rende il film più interessato alla psicologia e alla simbologia che alla coreografia dell’azione. Le scene d’azione, infatti, sono poche, brevi e spesso goffe se confrontate con gli standard odierni. Non sono pensate per stupire, servono a ribadire il tono, non a dominare il racconto.

Michael Keaton, Jack Nicholson e Tim Burton sul set di “Batman”

Il Batman di Tim Burton appare oggi come un oggetto quasi anomalo. È dotato di una narrazione che si prende il tempo di costruire un mondo (l’incipit è tutto concentrato sul caos che regna Gotham), che accetta l’idea che un supereroe possa essere enigmatico e persino pauroso (la prima apparizione ricorda quella di un vampiro), e che non ha bisogno di essere costantemente “piacevole”, al contrario del cinema iperverboso e ipercinetico dei cinecomic odierni, che temono il vuoto e il silenzio. Se il film di Burton nasce come un’opera autoriale travestita da blockbuster, molti film di oggi sono invece prodotti seriali travestiti da opere personali. A riprova della sua vena profondamente autoriale, Burton avrebbe poi ricominciato da zero con il successivo Batman – Il Ritorno, che se possibile rispecchia ancor di più la sua poetica e la sua naturale predisposizione verso il panorama dei villain del Cavaliere Oscuro (il Pinguino di Danny DeVito è una creatura burtoniana al 100%) .

Oltre 35 anni dopo, Batman costituisce lo standard principale per quanto riguarda la costruzione di un universo cupo estrapolato dai fumetti, che sarà raggiunto (e per alcuni superato) da quanto realizzato da Christopher Nolan con la sua trilogia sul Cavaliere Oscuro, dove la figura del Crociato Incappucciato è calata in un mondo iper-realista in grado di dialogare con la contemporaneità. L’amore per quel mondo (cui non a caso si ispirerà anche l’ultima iterazione di Matt Reeves) e quell’idea di Batman sono ancora oggi così forti e duraturi, che nel 2023 lo stesso Keaton è tornato a gran voce nei panni del supereroe per una partecipazione al film The Flash, un’operazione nostalgia del morente DC Extended Universe che mise ben in evidenza la forbice tra due diverse sensibilità artistiche. Il mondo di ieri e quello di oggi a confronto, dove il primo inevitabilmente soccombe sotto i colpi di effetti visivi abbaglianti ma spesso vuoti.

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