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Sempre super-prolifico, il canadese Eric Quach arriva alla sua prima uscita di questo 2020, secondo Discogs la cinquantasettesima, tra album solisti, collaborazioni, EP, ristampe e live, dalla nascita del progetto thisquietarmy, avviato dopo la militanza in band più rock-oriented quali Ghidrah e Destroyalldreamers. Il nuovo album giunge a due anni di distanza dall’ultimo lavoro ufficiale, ma nei ventiquattro mesi che intercorrono tra Kesselhaus e l’autoprodotto Isbryter, il chitarrista di origini orientali ha dato alle stampe un paio di progetti collaborativi, tra cui spicca quello dello scorso anno in coppia con il virtuoso batterista belga Tom Malmendier.
La sensazione è che si possa quasi considerare archiviata una prima parte di carriera solista per Eric e che, dopo la pregiata ristampa targata 2018 del seminale esordio a nome thisquietarmy, le stordenti e cupe atmosfere guitar-drone vadano arricchendosi di nuovi stimoli e influenze: se nel succitato Steppe si lambivano infatti i territori di un mistico e terrigeno free-jazz mitteleuropeo, in Kesselhaus la scelta di omaggiare la città di Berlino è in realtà il pretesto per confrontarsi con soluzioni più ritmate e spigolose, inevitabilmente condizionate dalla lunga tradizione techno della capitale tedesca.
Così l’iniziale Kraftwerk (più un omaggio all’imponente edificio berlinese, ospitante al suo interno, tra le altre cose, lo storico club Tresor e il più giovane e bass-oriented Ohm, che alla celeberrima e omonima band di Düsseldorf) pare rievocare quasi geometriche scansioni elettroniche, mentre i riverberi sommergono la successiva Severance fino a farla sembrare una melmosa avanguardia industrial-dub. Ultrablack e Purlieu riscoprono le consuete distorsioni, forse mai così taglienti, ma anziché rimandare a black-metal e doom come in passato, paiono evocare i fantasmi industriali e tecnologici di una città ormai deserta. Questo senso di desolazione torna anche in Fleisch, dove i suoni della fidata sei corde di Eric vengono trasfigurati tramite feedback fino a diventare quasi degli improvvisati battiti techno, mentre Cult of Culture torna sulle amate inflessioni shoegaze.
Chiude l’opera l’apocalittica ambient di Another Nail in the Coffin of the Corpse of a Free City: lunghissima riflessione sonica (con i suoi trentacinque minuti abbondanti è la più lunga composizione mai realizzata da thisquietarmy) sui concetti di libertà e opportunità, geografia urbana capitalismo dell’intrattenimento.
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