Recensioni

Che il 2018 sia stato un anno importante per i SUMAC lo aveva già chiarito lo strepitoso American Dollar Bill, il disco che fotografava la folgorante collaborazione tra il super-gruppo metal americano e l’oltre settantenne maestro del noise giapponese Keiji Haino: le cinque composizioni che costituiscono quell’ottimo lavoro prendevano i limiti della musica contemporanea più pesante per manipolarli drasticamente e poi riconsegnarceli totalmente nuovi e spiazzanti, un’esperienza che deve aver lasciato più di una traccia sui tre musicisti. Infatti, se nei dischi precedenti la miscela sonica proposta da Aaron Turner, Brian Cook e Nick Yacyshyn non aveva mai convinto appieno, sempre in bilico, quasi indecisa, tra una riscoperta della tradizione (dovuta anche alla composizione classica del trio, chitarra, basso e batteria) e una rilettura intellettuale della stessa, questa volta la quattro lunghe suite ci consegnano una band coesa e potente, finalmente affiatata e pienamente a proprio agio, capace di muoversi coerentemente tra passato e futuro, tra omaggio e una sana tendenza ad avventurarsi in territori inesplorati, impervi e spesso visionari.
Love in Shadows è dunque un album duplice sotto più aspetti: come anticipato dal titolo, sfrutta uno dei temi più frequentati dalla musica rock (l’amore), ma sceglie di leggerlo sotto un’ottica più tormentata e oscura (le ombre che scendono a minacciare i sentimenti, metafora forse dell’inquietudine e dello shock provati di fronte all’improvvisa scomparsa di Caleb Scofield, collega di Turner negli Old Man Gloom); a questa suggestione si aggiungono il più tradizionale (e sopra citato) dualismo tra le radici sludge e le tendenze avanguardiste e, memore degli insegnamenti del grande Haino, anche un’accentuatissima alternanza tra rumore e silenzio.
Aperto dagli oltre venti minuti di una The Task che esplicita immediatamente questi ultimi aspetti dell’influenza dell’instancabile sperimentatore giapponese e che mostra un’affascinante struttura circolare, sottolineata dal cantato screamo di un ispiratissimo Turner in apertura e chiusura, Love in Shadows prosegue offrendo all’ascoltatore intuizioni e trovate che evidenziano le potenzialità e soprattutto il notevole upgrade del trio: Attis Blade gioca sapientemente con le pause e le sfuriate più noise, sfruttando la maestria al basso, sempre profondo e cavernoso, di Cook, Arcing Silver incrocia le decise scansioni ritmiche dello sludge con un lirismo che è indubbiamente figlio del post-hardcore più terso ed emozionante, mentre la conclusiva Ecstasy of Unbecoming parte limpida e quasi celestiale prima che le distorsioni prendano il sopravvento e riportino tutto verso i suoni abrasivi del metal più cattivo.
Per gli appassionati del rock più duro o dell’avanguardia più elettrica e noise (eredità del minimalismo newyorchese di fine anni settanta) questo è un disco assolutamente imperdibile, ma anche per tutti gli altri Love in Shadows rimane un ascolto fascinoso e ricchissimo.
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