Recensioni

Ad un anno dal debutto con la nuova ragione sociale che fonde i cognomi dei due interessati, i coniugi Alexander Hacke e Danielle de Picciotto (il primo membro fondatore e storico bassista dei seminali tedeschi Einstürzende Neubauten, la seconda americana di nascita, ma fondamentale animatrice della vita culturale e artistica di Berlino sin dalla seconda metà degli anni ottanta) tornano con un nuovo lavoro che approfondisce ed estremizza la poetica eterea, sospesa e lirica di questa nuova avventura di due artisti assolutamente centrali nella definizione di un suono rock europeo riconoscibile e coraggioso. Pregiandosi di collaboratori preziosi quali il batterista Vince Signorelli (Swans, Unsane) ed il chitarrista Eric Hubel (noto soprattutto per i trascorsi con Glenn Branca), entrambi provenienti dalla scena noise e hardcore newyorchese, i due hackedepicciotto stupiscono tornando invece sulle coordinate di Unity, lavoro del 2016 e prima colonna sonora per la meditazione (definizione da loro stessi inventata).
Ma allora perché invitare due esponenti del sound statunitense più incendiario, rivoluzionario e sperimentale? Oltre alla fondamentale presenza nella Grande Mela durante i gloriosi anni dell’esplosione del noise, sia Signorelli (membro degli Hare Krishna di New York) sia Hubel (maestro di yoga da oltre vent’anni) nascondono un lato mistico e meditativo che si sposa perfettamente con il concept di questo Joy. Tra post-rock dalle venature western, strutture raga mutuate dalla musica tradizionale indiana e droni celestiali, il disco risulta tanto piacevole quanto totalmente funzionale al proprio scopo. Non ci sono brani dunque che si elevano dall’ottima media, ma è la natura stessa dell’opera a richiedere questa omogeneità: segnaliamo quindi la sola Monastic che, basterebbe il titolo, funziona da perfetto biglietto da visita.
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