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7.2

Parte il cd e la sensazione è quella di venire scaraventati in una sorta di porta spazio-temporale che ci risputa nella Canterbury di fine ’60 o, in seconda istanza, per i meno avvezzi alle distorsioni da b-movie sci-fi, quella specie di dejà-vu che ci colpisce quando ci ritroviamo per le mani qualche collezione di b-sides o outtakes di grandi musicisti (Wyatt, per la precisione). E invece The Winstons, sigla così così a dirla tutta, non sono che un trio di non-proggers italiani dediti anima e corpo al culto del prog inglese più psichedelico e anarchico, collocabile grosso modo, e per ammissione degli stessi, “tra il pianeta Gong, le rovine di Canterbury e le tombe di Hugh Hopper e Kevin Ayers”. Rob, Linnon e Enro Winstons, questi gli pseudonimi dei tre non fratelli dislocati lungo la penisola – e dietro cui si celano Enrico Gabrielli (Calibro 35), Roberto Dellera (Afterhours) e Lino Gitto – fanno di questo disco e di questo progetto più che un semplice tributo o di una infatuazione temporanea. Basta sentire l’attacco di Nicotine Freak, con quell’organo che tira le fila e stravolge i sensi di chi ascolta trasportandolo avanti e indietro nello spazio e nel tempo, i saliscendi umorali di Diprotodon (con l’ospite nippo Kawamura Gun a donare ulteriori sprizzi esotici), il cristallino distillato Canterbury di Dancing In The Park With A Gun pronto a inspessirsi verso lande quasi rumoriste per poi tornare ciclicamente al punto di partenza, la cavalcata strumentale Viaggio Nel Suono A Tre Dimensioni che rimanda ad acide e selvagge jam sessions o le dilatazioni lisergiche di …On A Dark Cloud per rendersi conto che qui si parla di una palese dichiarazione di appartenenza, che a venir utilizzato è lo stesso linguaggio, che le traiettorie sonore non rimandano a quel mondo lì, ma sono impregnate degli stessi umori e germogliano sullo stesso humus.

Nonostante questo, non di solo prog vive però questo esordio, come testimoniano il bubble-sixties-pop beatlesiano di Play With The Rebels o quello più lisergico virato Doors di She’s My Face, le svisate jazzy che trasversalmente percuotono l’anima prog di A Reason For Goodbye e la malinconia wyattiana, amara eppur sognante di Tarmac, a testimonianza di una visione “retrò” caleidoscopica e multiforme, che non perde mai di coesione e si lascia ascoltare più e più volte. 50 anni fa come oggi.

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