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In uno dei suoi saggi più famosi datato 1977, Umberto Eco spiegava come il funzionamento di un film come Casablanca si fondasse sull’esagerazione estrema e l’accumulo indiscriminato di talmente tanti cliché da diventare sublime e perfetto. «Due cliché ci fanno ridere. Cento cliché ci commuovono. Perché si avverte oscuramente che i cliché stanno parlando fra loro e celebrano una festa di ritrovamento». Se ci pensate è il motivo per cui nel 2001 l’uscita di Is This It? degli Strokes ha dato una scossa così profonda all’ambiente musicale e dato uno degli ultimi sentimenti di “ritrovamento” a una generazione che stava entrando nell’adolescenza con le immagini del G8 di Genova e del crollo delle Twin Towers piantate nella retina. Uno dei pochi dischi dell’Età Matura del Rock (più o meno inaugurata con il suicidio di Kurt Cobain nel 1994) a essere diventato un classico nel momento stesso della sua pubblicazione. Croce e delizia per una band che forse non voleva diventare questo fenomeno (di costume, di stile, di cultura) e che ancora oggi, e la pubblicazione di The New Abnormal è lì a dimostrarcelo, cerca disperatamente di prenderne le distanze.

Is This It? esce in un periodo in cui il rock and roll gode ancora di buona salute ma è in qualche modo “ulcerato” dal quel fenomeno produttivo chiamato loudness war (riempire di suono tutta la banda sonora durante la registrazione così da far suonare i dischi a volume esagerato a scapito delle dinamiche). I generi imperanti sono il cosiddetto “nu-metal” e quel poco che resta del Brit Pop, che i Radiohead avevano poco prima sacrificato con il dittico Kid AAmnesiac consegnandolo alla sua fase manierista nelle mani dei Coldplay di Parachutes. Gli Strokes si inseriscono in questo contesto raccogliendo loro malgrado i residui dell’indie degli anni Novanta – cui non appartengono né per formazione (sappiamo tutti del loro retaggio Upper Class), né per ideologia (il disco esce per la RCA) – portando dentro quella fascia di mezzo ai tempi ancora possibile tra il consumo mainstream e il consumo underground un suono che è, appunto, un trionfo di cliché, un omaggio più o meno consapevole (non lo sapremo mai, le leggende a riguardo sono numerose) alla Storia del rock meno canonizzata ma dotata di grande influenza; attirando tantissime persone con il fascino di un sound scarno e affilatissimo, con chitarre che suonano in qualche modo in maniera inedita per un ascoltatore pre-Spotify alle prime armi e una voce e una presenza al tempo stesso divistica, carismatica ma anche anti-divistica ed elusiva. Tutto alla luce del sole, una mise en abîme così manifesta – a partire dalla copertina fetish a là Warhol diventata immediatamente iconica – da andare oltre il manierismo per diventare sincera costruzione di senso attorno all’idea, più volte rivendicata dalla band, di voler creare un sound che fosse quello di una band del passato, sì, ma che registra nel futuro.

E poi ci sono le canzoni. Certo. Una infilata killer di singoli pazzeschi. Dall’attacco di Last Nite, che scarnifica ancora di più i Television di I See No Evil in una formula Ramones, al jingle-jangle al tempo stesso alieno e metropolitano di Someday, passando per la violenza stoogesiana di New York City Cops (canzone esclusa dall’edizione americana del disco per ovvi motivi) e una The Modern Age che cerca quasi di portare i Velvet Underground di White Light/White Heat alle masse. Tutte legate da un filo conduttore che è la voce di Julian Casablancas, ultimo divo cresciuto dentro il fall-out reaganiano dell’agenzia di modelle del padre: una voce che in tempi di cantanti metal sembrava provenire davvero da un altro pianeta per via di quell’effetto “telefonico”, quello scazzo loureediano da vagabondo dell’abiezione newyorchese (vista, più che vissuta però qui, da un attico di Park Av) e quella sicurezza da “non me ne frega un cazzo” che ai tempi sembrava una delle cose più cool cui la generazione che con gli anni avremmo imparato a chiamare millennials avrebbe avuto a disposizione come proprio alfabeto. Un trionfo di cliché che diventa, appunto, un ritrovamento. E per molti una vera e propria epifania.

Avvicinato ai tempi a White Blood Cells dei White Stripes in una sorta di improbabile “rinascimento” rock su larga scala, Is This It? vive però di una tensione diversa che condivide più con dischi (anche loro fondamentali per il periodo) come Turn On The Bright Lights (2002) degli Interpol e Fever To Tell (2003) degli Yeah Yeah Yeahs per il tentativo di offrire dentro quel citazionismo una forse ingenua ma legittima spinta verso un un futuro, un altrove, che la musica avrebbe quasi per statuto l’obiettivo di tracciare. Forse la sua natura spuria, il suo essere sostanzialmente un oggetto di marketing ben congegnato, rende Is This It? un pur fenomenale disco “estetizzante” e “mercificato” che da quel ritrovamento non è più riuscito a uscire. Restano le canzoni, però. Che ci dicono ancora come al netto di tutto questo, nel 2001, gli Strokes siano stati in grado di scriverne a sufficienza per mettere un segnalibro fondamentale nella Storia del rock.

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