Recensioni

Alla fine di una lunga frequentazione con questo trio di eccellenti menti musicali, è il titolo del disco numero ventuno (grossomodo, perché la discografia dei Necks è veramente fluviale) a illuminare sul senso ultimo della musica degli australiani.
Quella dei Necks è musica da viaggio: non nel senso che si è soliti associare a tale definizione, ovvero come musica d’accompagno a viaggi più o meno fisici o più o meno mentali, cosa che sarebbe piuttosto scontata e anche banale. Ma visto che di tutto si può parlare tranne che di banalità quando si ha a che fare con Chris Abrahams, Lloyd Swanton e Tony Buck, la loro musica lo è nel senso che è veramente un viaggio, in quanto attiene e contiene tutti i crismi del fenomeno del viaggio: è, infatti, un continuo e rutilante spaesamento quello attuato dal trio; qualcosa che pone l’orecchio dell’ascoltatore sempre e sistematicamente di fronte a nuovi orizzonti, a nuovi paesaggi, all’alterità nella quotidianità, alla dimensione straniante dell’inatteso.
Questo grazie a una indubbia capacità tecnica mostrata anche al di fuori dell’universo-Necks, ovviamente, ma soprattutto a una innata sensibilità nell’esplorare il già noto – la strumentazione è la solita piano/contrabbasso/batteria, e offre apparentemente minime variazioni sul tema – con un atteggiamento sempre avventuroso e mai domo, pronto a svelare sempre nuove prospettive e insondabili verità, misteriose aperture e nuovi significati.
Quattro (come spesso accade) fluviali suite da circa venti minuti l’una costituiscono questo ennesimo lavoro fluviale e, com’è tradizione del trio australiano, lasciano ovviamente spazio per tratteggiare paesaggi sonori dal respiro ampissimo, incentrati sui continui saliscendi a cui i tre ci hanno abituati e su quelle a volte impercettibili variazioni che sono il vero fulcro della continua rivisitazione e rielaborazioni del codice espressivo a cui rimandano (genericamente jazz).
Ne è fulgido esempio l’opener Signal, venti minuti di apparente calma piatta su cui Abrahams comincia a disperdere note come una pioggia di possibilità inattese e Buck a increspare il ritmo, rendendolo materia viva e incessante; nello stesso modo lo è la chiesastica chiosa di Bloodstream che, complice un bordone elettronico a fare da base, cresce a dismisura come una preghiera laica, stratificando e ammassando suoni e visioni, suggestioni e implausibilità e mostrando ancora una volta la via. I Necks sono il viaggio e sta a noi unirci al culto.
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