Recensioni

Emanciparsi dalla scena inglese quel tanto che basta per crearsi un’identità propria, sapersi rinnovare e crescere disco dopo disco: questo è quello che i Maccabees sono riusciti a fare in quattro album. Dopo l’esordio (Colour It In), portato in palmo di mano da NME nel 2007, un ottimo sophomore (Wall Of Arms) in pieno stile indie – proprio quando gruppi come The Rakes, Bloc Party e Futurheads avevano detto tutto quello che avevano da dire – e un terzo disco (Given To The Wild) dall’oro in bocca, la band torna con Marks To Prove It. Il qui presente è un lavoro che fin dal titolo ha tutta l’aria di voler far quadrare i conti attraverso undici brani che virano dal ritmo malinconico (kamakura) all’inno dal crescendo melodico (Spin It Out), senza negarsi festosi ritornelli folk pop (Something Like Happiness), ballad à la Noah And The Whale, attacchi garage (Marks To Prove It), parentesi trip hop (Slow Sun) e molto altro ancora, in una gran varietà di soluzioni arrangiative unite da un senso del pathos che ricorda quella gloriosa tradizione inglese fatta di Smiths, Radiohead e Talk Talk, strattonata da velleità mainstream contemporanee.
Autoprodotto e registrato presso gli Elephant Studios (di proprietà della band), il disco “si è trasformato in qualcosa che riguarda la notte, il centro città spogliato e il nuovo dinamismo della band”. Parliamo di un’atmosfera metropolitana, riassunta al meglio dalla copertina, ovvero una fotografia scattata da David Busfield del Faraday Memorial sulla rotatoria di Elephant & Castle, che ci dà la perfetta estensione visiva dell’album intesa come associazione all’area in cui è nato.
WWI Portraits, tra le chicche del disco, prende ispirazione dall’osservazione di alcune fotografie della Prima Guerra Mondiale che hanno letteralmente folgorato Orlando Weeks: da un punto di vista sonoro, la traccia sembra un punto d’incontro tra gli Arcade Fire e gli Alt-j e d’altronde, vista la recente collaborazione con Markus Draves (Björk, Arcade Fire tra gli altri) per Wall Of Arms, non c’è da meravigliarsi se qui ritroviamo archi e sfarzo arrangiativo degni di un Owen Pallett. Altrove il sound è ancora differente, ed è proprio questa rielaborazione e interazione tra vari generi – dal baroque-rock all’indie-rock, al folk al pop – unita da visioni sospese tra l’intimo e l’universale, ora con impalcature ariose, ora con misurati crescendo, a confermare la bontà di un lavoro ancora debitore verso qualcuno o qualcosa, eppure già nel solco della magnificenza.
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