Recensioni

Il duo “effortlessy cool” (per usare la calzante definizione del NME) di Alison Mosshart e Jamie Hince arriva, ancora una volta su Domino, a sette anni di distanza dall’ultimo Ash & Ice. Durante la pausa creativa della band, si sono avvicendate due operazioni “celebrative” molto ravvicinate: nel 2020, la raccolta di b-side Little Bastards e, due anni dopo, la ristampa di No Wow (The Tchad Blake Mixes), con nuovi mix inediti.
Cosa aspettarsi da una band che, puntuale ad ogni nuova produzione, rimane saldamente ancorata – sia pure in un modo tutto suo – alla comfort-zone primigenia, intrisa di blues e “early-’00s garage-rock”? Cosa chiedere a una delle pochissime formazioni sopravvissute a quel rinascimento rock’n roll dei primi anni Duemila, di cui restano così poche tracce ancora autenticamente vibranti? Gli scettici penseranno di non poter ricevere grandi sorprese da questo nuovo capitolo. E forse stavolta si sbagliano.
“Volevo scrivere un disco di spirituals senza Dio“, ha dichiarato Hince. “Nella vita reale sono ateo. Creativamente, però, gioco molto con Dio”. Eccoli, dunque, i games a cui fa riferimento il titolo dell’album. Probabilmente, però, i giochi di Dio sono anche un rimando a quella pandemia che nel 2020 ha bruscamente interrotto i piani della band, prolungando notevolmente i tempi di lavorazione del nuovo album: “Make plans, God laughs,” dice il saggio.
Eppure ci sembra che un qualche Dio (e non semplicemente l’ineluttabile caso a cui l’umanità è soggetta) sia una percettibile presenza, più che un’assenza. Pensiamo ai cori gospel che chiudono LA Hex. O a Blank, che, col suo incedere soul sembra quasi una preghiera, e che starebbe benissimo dopo l’omelia di un rito battista, nel cuore di qualche sobborgo dell’America profonda. Per non parlare del fatto che le registrazioni, affidate al pluripremiato produttore Paul Epworth, si sono svolte a Londra presso i The Church Studios, ricavati dai resti di una vecchia chiesa. Tutto torna.
E se non mancano brani in perfetto stile The Kills, come New York, sexy, ruvida e affilatissima, i Nostri non lesinano nello stupirci il giusto. Oltre al già citato episodio soul di Blank, meritano una menzione anche Love And Tenderness e la stessa God Games, che parrebbero quasi richiamare i fasti trip-hop di Bristol, nell’ultimo caso con un twist ancora più inedito: la declinazione spiritual.
Concludendo, possiamo dire che God Games non deluderà gli appassionati della prima ora, pur non mancando di impressionarli sfoderando stilemi inusuali: sarà forse merito dell’avvicinamento di Jamie Hince al pianoforte durante una temporanea “crisi chitarristica” occorsa negli ultimi anni, durante la quale – ha dichiarato – non riusciva più ad approcciarsi al suo strumento elettivo; o dell’utilizzo in fase compositiva di una tastiera al posto della solita chitarra acustica da parte di Alison Mosshart?
Non ci è dato saperlo; quel che è certo è che nei dodici brani di God Games intuiamo l’affinamento del percorso artistico del duo, nonché l’accenno di un cambio di paradigma, quasi più intimistico e pacificato, meno carnale, impetuoso e urgente. Va da sé, sempre effortlessy cool.
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