Recensioni

Era da un po’ che non avevamo nuove dei Kills in duo. Anche se non c’è niente di nuovo, perché tutto il materiale di questi odds&sodds arriva degli anni Zero, dal 2002 al 2009. Jamie Hince e Alison Mosshart li hanno chiamati affettuosamente Little Bastards – in omaggio, per la cronaca, al soprannome dato un tempo a una vecchia e cara drum machine, la Roland 880 con cui hanno creato tutti i loro primi beat, che non è proprio una batteria elettronica ma un sequencer con registratore a 8 piste e drum machine incorporata… Il titolo che hanno scelto cela comunque un misto di affetto, appunto, e sfrontatezza, come a rivendicare che questi esercizi di garage rock contemporaneo – dove il computer e lo scambio di file hanno sostituito il vecchio garage fisico – sono sempre figli loro: e quindi sempre un poco degeneri e degenerati, velenosi e hip, a immagine e somiglianza dei genitori. Magari un po’ trascurati, visto che si tratta di lati B e di outtake che da qualche parte chissà avrebbero meritato qualche chance in più.
Sincero rimorso genitoriale o operazione sospetta, anche perché sotto l’albero, il repechage dai cassetti non è certo ciò per cui il critico normalmente stravede o a cui si affeziona. L’unica cosa che può fare la differenza è la qualità dei pezzi: non trascendentale o che spicchi particolarmente rispetto alla produzione della band, ma mediamente onesta e a tratti apprezzabile – tanto nella ruvida immediatezza di marca rock e blues quanto nelle intrusioni a passo felpato di certe morbidezze pop vecchio stile (London Hates You o la cover di Serge Gainsbourg I Call It Art).
Si parte, per dire, con Superpowerless, una Future Starts Slow più dissonante e lo-fi emancipata dal suo ruolo di lato B del 2008 (che quindi ha preceduto il pezzo di Blood Pressures: era retro del 7’’ di Last Day of Magic) per piazzarla come opener. Chi nutre riserve anche per i capitoli maggiori difficilmente apprezzerà; ma, furbi e sbarazzini finché si vuole, certo, VV e Hotel a onor del vero riescono quasi sempre a farsi ascoltare. Anche nelle venti tracce – un po’ troppe, forse – di questa raccolta “minore” che sempre attraverso una combinazione di elementi piuttosto minimal e sporca va dal blues vecchio stile all’electro-rock paleofuturista, da una discreta cover di I Put A Spell On You di Screaming Jay Hawkins tutta rullante e chitarra satura a momenti di indie pop da cameretta (Baby’s Eyes), con l’essenza spray dei Rolling Stones spruzzata un po’ dappertutto (anche nella copertina).
Scrive la nota stampa di accompagnamento che questo disco “è un nuovo manifesto”. Esagerati: diciamo che è un promemoria non male.
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