Recensioni

Partiamo dalla fine. Da quel pezzo conclusivo strabordante, monumentale che risponde al nome di Endsong. Da quell’intro lunare: non sembra avere bisogno d’altro, è tutto un brano sviluppato per conto suo, le armonie altisonanti ma austere, i rulli di tamburi un po’ marziali e un po’ sinfonici, la trama prima malinconica delle chitarre cui subentra e si intreccia un ordito acido tutto vibrato e distorsione… E quando attacca finalmente la voce, innesca un vortice di ricordi (I’m outside in the dark: vi immaginate un verso più Cure di questo?): viaggiamo già oltre il minuto sei, i restanti quattro finiscono in crescendo dentro una fantasmagoria gothica un po’ agée ma d’effetto. Robert Smith si rivede bambino e riflette da adulto, guardando a distanza di anni la stessa luna e pensando al presente e al passato. Sono questi suoni, queste immagini, che catturano meglio di tutti il senso del ritorno discografico dei Cure, la loro essenza ritrovata.
In realtà volevamo partire ancora più in là, a dire il vero, dalla fine così perentoria di quell’ultimo pezzo, dagli ultimi versi: Left alone with nothing/At the end of every song. La fine di ogni canzone: nothing left, nemmeno la fede, solo il niente – canta Smith, ma gli crediamo davvero? In questo caso, e solo in questo caso, assolutamente no. Non alla fine di queste canzoni, perlomeno.
La end of every song ma anche la fine in generale sono il vero grande tema conduttore di questo ritorno tanto atteso prima, poi dato per perso (chi non ha pensato che sarebbe rimasto solo una chimera?) e infine accolto con stupore quando si è materializzato d’emblée nell’anteprima di Alone. Altra intro lunghissima e atmosferica – anche se più pacata, non titanica come quella di Endsong – creata per avvolgere l’ascoltatore facendo prendere quota piano piano alla canzone e preparare, ma senza fretta eh, l’ingresso della voce, con un’andatura maestosa che faceva presagire già qualcosa di importante.
C’era già un altro disco dei Cure “recenti” che aveva introduzioni strumentali così estese, e si tratta di Bloodflowers – l’album più pregevole dai tempi di Wish fino allo scorso ottobre compreso. Ma potremmo risalire più indietro allo stesso Wish (viene in mente un pezzo come Trust), a Disintegration (di cui a tratti il nuovo album sembra quasi uno spin-off consapevole, per tanti piccoli dettagli).
Bloodflowers aveva anche lui l’aura del disco “finale” ma non è stato così e non lo sarà nemmeno per Songs of a Lost World, scritto e addirittura registrato nel 2019 insieme ad altri due fantomatici album che Robert Smith pare intenzionato a fare uscire – coi suoi tempi certo, e pensando che marciamo verso i cinquant’anni di storia della sua creatura musicale che sarebbe intenzionato a celebrare in grande stile – come pensava già di fare per i quaranta ma poi non ha fatto.
Ma è meglio non fare troppe anticipazioni e non dare retta ai rumors; anche perché concentrandoci solo su queste otto canzoni ci sarebbe in teoria solo da applaudire alla scelta di Smith di farle maturare testandole nei concerti e pubblicarle solo al momento per lui giusto e al termine di una lunga gestazione: la cosa curiosa è che, come ha raccontato Smith nell’intervista pubblicata dal mensile inglese Uncut, avendole incise di fatto già cinque anni fa ha scelto di rifarne le parti strumentali con Simon Gallup e Reeves Gabrels, ispirandosi al sound che avevano preso i pezzi dal vivo – ed è probabilmente il motivo di quel suono così saturo e un filino nebuloso, di quei riverberi così espansi e sostenuti e di altre scelte di produzione su cui c’è chi in questo momento sta storcendo il naso; le sue tracce vocali no, ha tenuto le prime perché più spontanee, vicine al vissuto emozionale che è l’anima di questo lavoro.
I pezzi che abbiamo citato fin qui, Alone e Endsong si specchiano l’uno nell’altro e si saldano agganciandosi nelle atmosfere, rimbalzandosi temi e specchiandosi nelle parole e nelle immagini dei testi. È una sorta di loop in cui è racchiuso anche tutto il resto. Il mondo perduto di cui parlano e a cui parlano tutte le nuove canzoni dei Cure è una metafora – ma anche qualcosa di molto reale: sono le illusioni giovanili di Endsong, finite nel disincanto di Alone, ma pure il mondo degli affetti più cari che la morte ha portato via – i genitori, gli amici, il fratello di Robert Smith, Richard, a cui è dedicata una struggente e cupissima I Can Never Say Goodbye. Il titolo si può leggere anche in un modo più obliquo, come il mondo perso di oggi, quello in cui i rapporti tra le persone – singolarmente e collettivamente – non funzionano più; il mondo di Warsong, della modernità intrusiva e minacciosa di Drone:Nodrone. Non è forse un concept nel vero senso del termine, Songs of a Lost World. Però ha quello che Smith chiama un emotional core, molto forte; e soprattutto, sa unire le varie direzioni (musicali, tematiche) in una invidiabile solidità e in una compattezza di fondo che fanno apprezzare l’intero insieme al di là dei singoli pezzi.
Detto che la qualità di scrittura surclassa quella degli ultimi due dischi dei Cure – e ci mancava, diranno anche i fan più accaniti – non è solo nel termine di paragone “in negativo” che risalta tutta l’autorevolezza di questo comeback. La sua forza espressiva è degna di tempi davvero ispirati, e gli spunti creativi dei singoli brani si fanno notare quanto la stessa compattezza collettiva. I vari step melodici di All I Ever Am e il suo insieme così fluido e trascinante. And Nothing is Forever che gioca con un arrangiamento mélo a base di archi sintetici (e con il controcanto ronzante di una chitarra un po’ rétro) sapendo di rischiare il kitsch ma anche come costeggiarlo in modo consapevole senza perdersi e risultare stucchevole. E poi I Can Never Say Goodbye con il suo piano e i suoi riverberi e i suoi toni leggermente sfasati – sontuosa ballad, mix (di) romanticismo e psichedelia da tipici Cure, quelli della maturità –, e una grana sonora rumorosa vagamente shoegaze che a nostro avviso le dona.
Rumori, riverberi e volumi da concerto sono del resto una costante: nei brani più “forti” con le chitarre ancora più in primo piano (quella di Reeves Gabrels in particolare), l’attacco è più sporco ancora, da noisesters eleganti e onirici. C’è una scia prepotente di feedback a rimbombare e fare densità in una colonna sonora come al solito satura – di delay, organo, tastiere, archi e una lasca ma prepotente batteria in Warsong; di chitarre acidissime, basso industrial-rock e inserimenti atonali di synth in Drone:Nodrone. Teniamo per ultima A Fragile Thing perché continua a dare l’impressione del pezzo “atipico”, più pop, anche nella forma, per quanto calato alla perfezione nel contesto – a cominciare dalle frasi ostinate di piano che ne costituiscono la prima ossatura.
Questo non è solo il ritorno di un gruppo di veterani; è un album che, ci sbilanciamo, rimarrà nel tempo come una delle prove migliori che un gruppo di veterani, appunto, poteva dare a questa altezza di carriera. Malgrado il pessimismo cosmico che le domina – nei testi e non solo – queste canzoni non lasciano con niente. Non è che abbiano da offrire chissà che di innovativo, solo la quintessenza dei Cure, di quello che rappresentano, di quello che sono stati e che sono oggi (All That I Ever Am non è un titolo qualsiasi). I sogni e le speranze svaniscono; ci restano le canzoni, sapere che dopo cinquant’anni c’è un ancora un Robert Smith lì fuori a guardare nel buio e a tirarne fuori pezzi memorabili. Che parlano della fine – ma nella loro essenza non finiscono mai.
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