Recensioni

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Macchine da guerra sui palchi di mezza Europa (Italia, va da sé, compresa), le Cleopatras da oltre un quarto di secolo professano la loro intrigante ossessione per il garage surf dei 60s, che col tempo hanno saputo declinare in modalità psych e punk senza però mai abbandonare la rotta originale, anche quando si prestano a forme più morbide e quasi (perfino) radiofoniche.

A quattro anni dall’ottimo Bikini Grill arriva oggi il quinto album Heart Pieces, un lavoro che lascia emergere una rinnovata compattezza e la tipica padronanza della conseguita maturità, anche laddove a prevalere è l’impeto incontenibile e la grana sbarazzina. Del resto, si tratta di un lavoro che non fa mistero di portarsi dentro la gravità del presente (“i tempi, d’altronde, sono troppo bui anche per noi”, hanno dichiarato).

Ciò che dimostrano anche i due brani dalla postura più accattivante, non a caso quelli che prevedono ospiti eccellenti: Bangs in Your Head, col featuring degli enigmatici Animaux Formidables, sfodera impeto Cramps rovesciando il gender gap a forza di black humour, sfrigolio fuzz e tumulto voodoo, mentre Amore Narcotico (unico pezzo in scaletta col testo in italiano) fa combutta coi Meganoidi per raccontare, malgrado il mood finto-adolescenziale, la deriva afasica degli affetti al tempo delle relazioni tossiche (viene da pensare a dei Coma Cose in fregola Prozac+). 

Per il resto, l’energia corre sul filo di un’acidità radiante – come nella dolciastra e scivolosa opening track Bye Boy – o aggrappandosi alla coda di un’inquietudine eco-onirica, come nell’ottima rilettura di Moon Over Marin dei Dead Kennedys, mentre Radical Kitchen fa compiere un altro mezzo giro alla rotella del potenziometro lambendo territori hardcore con tigna quasi Bad Religion.

Forse però è in momenti come The Crook che il quartetto toscano sfodera tutto il suo delizioso e carismatico mistero, quando cioè l’estro atterra in un’allucinazione rock’n’roll (con derive surf psych a diversa gradazione) così solida e convinta da far collassare la postura retromaniaca in un abbandono battagliero, nell’adozione totale cioè di un codice che è al tempo stesso scorza in cui rifugiarsi e arma contundente. La chiusura è un cupio dissolvi palpitante come Deep Night (Lullaby), che rallenta i battiti e lascia fermentare irrequietezza (per un futuro quanto mai ansiogeno) in un vapore denso dalle neanche troppo vaghe risonanze dream-pop.

Nel complesso, la formula che conoscevamo trova piena conferma. Ovvero: il pulsare ritmico senza riguardi, il nervosismo ipnotico del basso, le scie larvali di tastiera e le nervature caustiche della chitarra costituiscono la trama su cui la voce di Vanessa Billi spennella quello strano, intrigante impasto di candore e ferocia. Il risultato è un album che non tradisce le aspettative, ma senza suonare ripetitivo né stanco, grazie a un’ispirazione sempre in palla e all’introduzione di piccole ma sostanziali variazioni sul tema. Ben fatto, Cleopatras.         

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