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7.1

Sapete cos’è davvero difficile nel rock’n’roll? Farlo a lungo. Farlo per anni e non sembrare per questo inadeguati. Farlo e tenere botta, tenere il polso, il passo, il senso del precipizio. Quando le Cleopatras hanno iniziato a esistere erano ancora i ruggenti anni ‘90. È passato, voglio dire, un quarto di secolo, più o meno. Ma in quello che fanno, come lo fanno, non si avverte un calo di tensione, uno sgonfiarsi dei motivi, dei perché. La loro quadratura è tesa come una corda bagnata. Sul palco sono una macchina da guerra, su disco questa irruenza è solo razionalizzata – come è giusto che sia – ma sostanzialmente replicata nel susseguirsi implacabile di canzoni-proiettile. Batteria, basso, chitarra, voce. E una tastiera che serpeggia acida, quando non si impegna a pennellare sfondi onirici. 

Tu chiamalo, se vuoi, punk rock, con l’irruenza lavica del garage e il tumulto selvatico del surf a scuotere le fondamenta, una trama fitta e incandescente, ridanciana e rugginosa, incrostata di angolazioni riot grrrl, appena stemperata da un paio di escursioni in territorio dream-pop. Ma a forza di etichette si va poco lontano. Il linguaggio delle Cleopatras è una costante, tenace, cocciuta riduzione a un codice basale, a un alfabeto di pochi elementi che macina variazioni, combinazioni, rapporti di forza, fidando nella possibilità di trovare senso in forza non del nuovo, non dell’originale, ma del puro fervore, di un’impudenza sdegnosa e vitale che – per farla breve – si giustifichi da sé. E, beh, qualunque cosa le ragazze volessero ottenere, ci riescono. 

In una realtà complessa, connessa, che suggerisce stratificazioni e implicazioni, la musica delle Cleopatras è un ceffone semplificante, è lo sguardo che non si abbassa per primo, è l’unghia che affonda nel palmo della mano. Il loro femminismo è così franco e diretto da sembrare naïf, ma appunto per questo possiede una forza cristallina, una concretezza incontestabile. Come il modo in cui basso e batteria s’incastrano per congegnare una sezione ritmica rocciosa e al tempo stesso dinamica, su cui la chitarra e la tastiera rovesciano un riff incandescente dietro l’altro, mentre il canto guizza con l’impertinenza affilata di un furetto. 

Bikini Grill è il loro quarto album, arriva a cinque anni da Cleopower!, un lustro che le ha viste suonare in vari festival europei e persino in Giappone, in apertura per band come Pretty Things, Pandoras e Fuzztones. Quindici i pezzi in scaletta, dodici originali e tre cover, arte in cui le Nostre si dilettano con risultati spesso trascinanti, vedi Amoreux Solitaires (di Lio) e Rock’n’roll Robot (di Alberto Camerini) nell’EP Onigiri Head del 2019. Stavolta riprendono Kiss Kiss Kiss di Yoko Ono (da Double Fantasy), You’re Standing on My Neck delle Splendora (celebre sigla del cartoon Daria) e la travolgente Maldito della punk rocker messicana Jessy Bulbo: tre gioielli scabri e sbrigliati – tutti, non certo a caso, al femminile – che potresti scambiare per divertissement e che invece finiscono per aumentare non di poco il peso specifico del disco. 

Ma è nel campionario originale che le quattro danno il meglio: da una We Strike che incede aggressiva e vertiginosa (come una febbre marziale Pixies/Cramps) a una sfrenata Travelling Drugstore (quadretto vorticoso sul tema dell’ipocondria e della farmacodipendenza), passando da una Feel The Heat che lascia fermentare cariche esplosive power pop, mentre in Laura Palms e The Unicorn la vena melodica si addentra con naturalezza in certe lande sognanti Elephant 6. A metà scaletta c’è spazio anche per un paio di sortite in italiano, con la assai ironica Mal di testa e con la (ironicamente) provocante Dai dai dai, mentre il finale è affidato a (I’m) Fit Like Mick Jagger, ballatina chitarra-voce che mostra adorabilmente il dito medio alla forma mentis del body shaming. 

Qualcuno ha detto, non troppo tempo fa, che il futuro del rock sarà al femminile o non sarà. Dischi come questo fanno pensare che non avesse tutti i torti.

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