Recensioni

6.4

Fa strano parlare di sophomore per una band attiva dal 1998 sul fronte di un surf-punk sferzante e ironico. Ma le Cleopatras hanno abituato i loro seguaci a lunghe pause, tipo quella tra il singolo Let’s Run With… (2001) e l’EP Dame Tu Amor (2008), mentre dal primo album lungo vero e proprio, Things Get Better, ad oggi ne sono passati “solo” quattro. Nel frattempo il surf è rimasto più o meno la stessa cosa: più che un genere, una dimensione tarantiniana del sentire, un divertimento col vibrione dell’insidia, un teatrino adrenalinico che spaccia inquietudine travestita da disimpegno più o meno totale. A tutto ciò le cinque ragazze toscane aggiungono ovviamente il fattore femminino, che nel loro caso significa una versione più tosta e acida del celebre “girls just want to have fun”, che come vedremo non preclude affatto qualche inattesa deviazione.

Questo La maledizione del faraone gioca quindi fin dal titolo con l’immaginario horror/sci-fi/fumettistico caro al genere, allestendo una prima parte di programma che svirgola tra punk’n’roll con nostalgie rockabilly (Apple Pie) e power pop strattonato garage (When I Was A Boy), scomodando pennate Stiff Little Fingers tra languori civettuoli (Sunny Days) e delirio sbarazzino Cramps con l’organo in resta (Here Come The Martians). Una cover tutta nerbo e nervi di Walk Like An Egyptian funge da vero e proprio spartiacque rispetto ad una seconda parte che, rubricata una Pole Surf cinematica e sorniona, si tuffa tra le onde caramellose del beat italiano (in italiano), impastando ingenuità e pantomima (Luigi Luigi), cliché e malizia (Casanova, Pazzo), nel solco di un codice basale che non ammette complicazioni. Chiude spiazzando La mondina, ballata combat-folk ibridata di vampe surf che mentre ci dice due o tre cose su quello che si agita dentro i petti e la testa delle fanciulle, ci conferma quanto sia difficile realizzare chimere di questo tipo.

Album piacevole, quindi, che ha il solo difetto di rintanarsi nel bozzolo di una produzione fin troppo compatta. La sensazione è che un’atmosfera più scorbutica tipo live-in-studio avrebbe giovato.

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