Recensioni

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I Clash non sono certo stati il primo gruppo punk in assoluto (genealogia complicata, ma comunque americana) e nemmeno il primo gruppo punk inglese visto che, per ammissione dello stesso Joe Strummer, l’impressione ricevuta vedendo dal vivo i Sex Pistols ha avuto un ruolo fondamentale nella nascita della sua band. Non sono nemmeno il primo gruppo punk inglese ad aver pubblicato un singolo (com’è noto, il titolo appartiene ai Damned con New Rose) né un LP (gli Stranglers, Rattus Norvegicus), né i primi ad averlo mandato in classifica (sempre Burnel e soci) ma, anche senza record, il loro album d’esordio si pone come una delle pietre miliari del genere.

Il dispiacere con cui il nascente mondo delle etichette indipendenti accolse la notizia che i nostri avevano firmato per una major (un redattore della fanzine Sniffin’ Glue si rammaricò esplicitamente dell’impulso che avrebbe dato al circuito indipendente un singolo dei Clash) dice che erano stati già individuati come uno dei gruppi migliori, cosa confermata dal notevole singolo d’esordio: sul lato B il manifesto su riff kinksiano di 1977, sul lato A la furia di White Riot, ode alla capacità dei neri di rivoltarsi al contrario dei bianchi rammolliti, con l’auspicio di una scossa che porti anche loro a ribellarsi contro una decadente contemporaneità fatta di conformismo, oppressione e noia (quella di cui brucia Londra, come dirà un altro celebre inno contenuto sul primo LP).

Dopo il singolo, la prima prova sulla lunga (non troppo, ma ci torniamo) distanza conferma e supera le aspettative, mostrando un grande talento melodico già maturo (ritornelli a presa immediata anche nei brani meno noti come What’s My Name o Protex Blue) unito a energia esplosiva, alla capacità di trarre il massimo da quattro accordi + una melodia cantabile + aggressività (ma ci sono anche le movimentate linee di basso di Simonon) e al talento lirico necessario a dipingere un ritratto vivido e immediato – pur nella semplicità – del quotidiano disperato e violento della capitale (la noia del lavoro nell’incipit killer di Janie Jones, l’autoproclama Garageband, la droga in Deny, la disoccupazione in una Career Opportunities che ahimè non invecchia mai) iniziando anche ad alzare lo sguardo al mondo (I’m so Bored with the U.S.A.), in un mix che fa di questo uno dei vertici assoluti del punk classico e uno standard inossidabile per i decenni a venire del genere (dal revival formale – e commerciale – degli anni ’90 di Green Day e Offspring fino ai Libertines e agli Wombats).

Oltre a segnare una tappa fondamentale dell’evoluzione del genere, il disco fotografa anche un momento preciso della vita della band, e il verbo non è usato a caso, data la natura emblematica dei due scatti in copertina e sul retro.

La foto di fronte, infatti mostra il gruppo in versione trio: il futuro PIL Levene se n’era andato prima di fare il disco, e il batterista Terry Chimes se ne va dopo la registrazione, cui ha contribuito col suo stile potente e preciso (che pure verrà superato dal sostituto Topper Headon) quindi la foto li coglie proprio nel passaggio. Ma quasi più importante è quella sul retro, scattata durante gli scontri al Carnevale di Notting Hill dell’agosto ’76.

Tornando a White Riot, infatti, ci scappa pure l’equivoco iniziale, con gruppi di estrema destra che interpretano come pare a loro il concetto di “rivolta bianca”, ma ci pensa Strummer dal palco dei concerti a chiarire e a sturare un po’ di orecchie, non risparmiandosi nel combattere le vaghe tendenze destrorse di certo primo punk e predicando la solidarietà di classe interrazziale. Gli scontri sunnominati erano infatti stati uno dei momenti fondamentali che avevano forgiato il gruppo perché avevano spiegato definitivamente ai nostri che “peace and love” era il sogno degli hippies ’60 e “odio e guerra” erano invece la realtà dei giovani dei ’70. Strummer, Simonon e Bernie Rhodes ci sono in mezzo e oltre alla consapevolezza dall’esperienza traggono il punto di partenza per una delle questioni centrali della loro storia: il rapporto con lo straniero e con la sua cultura, dalla contaminazione musicale alla realtà dell’immigrazione, la cui durezza mette a dura prova la solidarietà che i loro ideali vogliono (non vorrebbero: VOGLIONO).

E al riguardo va ricordata la testimonianza di Roland Gift dei Fine Young Cannibals il quale, nel documentario Joe Strummer: The Future is Unwritten spiega: “all’inizio pensavo che il punk fosse una cosa per bianchi; poi i Clash fecero la cover di Police & Thieves e allora capii che era anche per i neri, anche per me“. Un gesto che in un paese ad altissimo tasso di immigrazione aveva implicazioni di portata enorme, e che parla di un’epoca in cui il rock ancora incideva sulle vite quotidiane delle persone; tempi in cui bastava una cover perché qualcosa si smuovesse anche nella realtà o perché almeno nelle mode giovanili cominciasse a cadere qualche barriera.

Lee “Scratch” Perry e […] Bob Marley […] avevano tutto
il diritto di dire “Senti un po’, bello mio, l’hai rovinata
questa canzone!”. Ma erano abbastanza scafati da sapere
che avevamo portato la nostra musica alla loro festa
Joe Strummer, Police And Thieves

Tra l’altro, un gesto fatto azzardando anche un trattamento musicale in stile punk ad alto rischio, che invece inizia a mettere in evidenza il talento di arrangiatore di Mick Jones (e passi se i giochi con gli effetti sonori in Cheat risultano un po’ gratuiti) – e anche il punk viene in qualche modo sfidato, coi sei minuti di durata della versione i quali servivano anche ad allungare un disco altrimenti troppo breve, anche se il materiale ci sarebbe stato: a parte 1977, ci sono Complete Control, epica risposta alla casa discografica che aveva pubblicato Remote Control come singolo senza il consenso del gruppo e comprensiva anche di presa in giro dei virtuosismi chitarristici di moda nel rock da baraccone nonché della leggenda del reggae Lee “Scratch” Perry dietro al banco del mixer, e c’era l’altro autoproclama Clash City Rockers, dal riff Who, stavolta, e che inizia a far cadere l’embargo antipassatista nominando nel testo Bowie e Gary Glitter.

Ma come per Never Mind The Bollocks, il fatto di uscire per una major fa sì che il suono non sia proprio quello grezzo e spontaneo che il punk predicava, a beneficio dell’efficacia e della potenza: un funzionario dirà “siamo alla CBS, i dischi siamo abituati a farli in un certo modo” e comunque per loro non è abbastanza, come vedremo. L’album infatti non viene pubblicato oltreoceano perché troppo rozzo a livello sonoro e perché Strummer, ahimè, non lo si capisce benissimo quando canta: dopo esser diventato però il disco di importazione più venduto, la CBS USA decide (è già uscito Give’em Enough Rope) di pubblicarlo ma, come negli anni ’60, cambiando canzoni e scaletta con brani presi dai singoli (perfino da quelli usciti dopo il secondo disco).

Il punk lo faranno anche nel successivo, ma a conferma di quanto di buono si pensava di loro da subito, già dal terzo album combineranno un po’ di cose.

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