Recensioni

Reduci dalla pubblicazione di una pietra miliare come il doppio London Calling, per il quale avevano vinto la battaglia con la casa discografica per venderlo al prezzo di un album singolo, i quattro Clash avevano programmato un 1980 fatto di un singolo al mese per tutto l’anno.
Questa battaglia non la vincono (pubblicano solo Bankrobber, un reggae che annuncia il disco successivo), però ne vincono altre due:concluso il tour con alcune date a NY, riescono a farsi pagare tre settimane agli Electric Ladyland Studios e con l’aiuto di Mickey Gallagher, di Dread e altri, buttano giù tutti gli esperimenti che vengono loro in mente, senza confini di genere. Seconda, e più importante: li pubblicano tutti, compreso qualche dub mix, in un triplo album, anche stavolta a prezzo ridotto. Per farlo devono rinunciare ai guadagni delle prime duecentomila copie, ma così facendo riescono almeno a non far svenare il proprio pubblico.
Sandinista! esce a dicembre del 1980 ed è insieme seguito e negazione di London Calling: dove infatti il doppio sintetizzava le contaminazioni in uno stile coerente e controllato da una mano ormai disinvolta, il triplo esplode in mille direzioni ampliando le fonti di ispirazione senza preoccuparsi più di tanto di amalgamarle né dell’eterogeneità del risultato.
La lunga raccolta parte facendo subito la Storia già in apertura: The Magnificent Seven è il primo pezzo rap inciso da bianchi su major, ritratto lucido e al tempo ironico della quotidianità lavorativa di milioni di persone ispirato al curiosissimo Mick Jones dall’ascolto dei padrini del rap Grandmaster Flash and The Furious Five e basato su un giro di Norman Roy-Watts, bassista dei Blockheads di Ian Dury. E l’interesse per il funky-rap prosegue in Lightning Strikes! (e, senza rap, nel circo caotico della Ivan meets G.I.Joe di Headon), con un passaggio da Kingston a New York analogo al percorso di ricerca più o meno coevo di Serge Gainsbourg.
Si prosegue poi esplorando ulteriormente il dub nella asciutta e suadente The Crooked Beat (di Simonon), nella simile The Equaliser, nei vari remix del terzo vinile o in One More Time (che il dub mix ce l’ha subito dopo), mescolandolo al funk nello strano funky “distante” The Call Up o arrangiando il meta-canto di rivolta in 3 / 4 con bella melodia di Rebel Waltz. Né mancano il calypso-funk (in Let’s Go Crazy) altro centroamerica nella Washington Bullets che snocciola accuse planetarie (e il titolo dell’album) tra cantabilità leggera e apparente distacco; reggae melodici dalla bella scrittura come Corner Soul o dalla vena sperimentale come If The Music Could Talk (con un testo su un canale e uno diverso sull’altro) a fianco di classici come la cover di Junco Partner. Poi lo spiritual ateo di The Sound Of Sinners e lo stranissimo folk rock di Lose This Skin (scritta e cantata dall’amico busker Tymon Dogg). C’è perfino il rock, anche se non sembra: arioso in Somebody Got Murdered, accorato nel ritratto di decadenza con arrangiamento da musical americano in Something About England, frenetico nella satira anti-tabloid di The Leader, notturno appunto in The Midnight Log.
Per il fragore innodico dei vecchi tempi, però, ci vuole una cover a metà scaletta, Police On My Back degli Equals di Eddy Grant (lo stesso che negli anni ’80 nasconderà un appello anti-apartheid dietro l’hit dal refrain scioccherello Gimme Hope Jo’anna), affine per stile e tematiche al punto da sembrare autografa anch’essa; o tutt’al più Up In Heaven.
C’è spazio pure per un frammento di The Guns Of Brixton per piano e bimba di cinque anni, per un remake di Career Opportunities anche questa cantata da bambini (con ulteriore amara ironia), per un altro sguardo agli USA con il fumo e il whisky di Broadway e per una Charlie Don’t Surf che si pone al crocevia tra Apocalypse Now! da cui prende il titolo, Charlie fa surf dei Baustelle che fa lo stesso e la Everybody Wants To Rule The World dei Tears For Fears che prende il titolo proprio dai Clash (Strummer racconta di essersi fatto dare cinque sterline da Roland Orzabal per il “furto” quando l’ha incontrato in un ristorante…), con ulteriore trasformazione (e gioco di parole) in Everybody Wants To Run The World per l’iniziativa di beneficenza Sport Aid nel 1986.
Nell’anno in cui Remain In Light apre una porta definitiva ed eccelsa sull’Africa, i Clash aprono a tutto benché, come accennato, senza che ne risulti una nuova sintesi sonora. Altri infatti mescoleranno tutto ciò che i quattro introducono nel rock bianco (non necessariamente per primi assoluti) traendone un nuovo suono (vedi i Mano Negra): i Nostri si “accontentano” di indicare la via di un eclettismo terzomondista che, pur nella prevalenza del reggae o del dub, raccoglie mille spunti dal mondo, uno alla volta, lasciando appunto il gioco del mix agli allievi mentre loro pronunciano l’affermazione più netta della loro carriera di uno dei loro temi centrali, ossia il rapporto con lo straniero e con la sua cultura, dalla contaminazione musicale alla realtà dell’immigrazione.
Per definire un disco del genere si ricorre spesso ad aggettivi come ipertrofico, eccessivo, caleidoscopico, sovrabbondante: aggettivi abusati come il commento che il suddetto lavoro sarebbe stato meglio come doppio o addirittura singolo (ma sull’eventuale scelta probabilmente non ci sono due ascoltatori concordi). E benché non tutto sia a fuoco o imperdibile (all’altezza del terzo vinile affiora una certa fatica), il bello è proprio nel suo caos senza freni, nel viaggio tra mille luoghi e umori: una sfacciata affermazione di salute creativa con pochi eguali.
Joe Strummer riassume così: “Ho discusso parecchie volte con la gente su cosa dovessimo metterci e cosa no, ma adesso, ripensandoci, non riesco a separare le canzoni. È come gli strati della cipolla: ci sono pezzi stupidi e altri bellissimi. Più ci penso più sono felice di come sia venuto”.
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