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“Una corsa in decappottabile durante i titoli di coda del tuo film preferito, lungo la costa verso un posto fantastico.” Così Tim Burgess, frontman dei Charlatans, ha descritto a NME il singolo We Are Love, che dà il titolo al loro nuovo album. Lo ha definito un “momento trascendente”: “credo che i grandi pezzi abbiano proprio questa qualità trascendente, ed è quello che cercavo”. A guardar bene, l’intero disco sembra teso verso l’alto, ad aspirare alla trascendenza.

La band del Cheshire, che oggi vanta quattordici album, ventidue singoli entrati nella Top 40 e tre album al numero uno della classifica UK, è tornata dopo un’assenza di otto anni, accolta con un certo clamore. La lunga pausa è stata dovuta alla pandemia, durante la quale i membri si sono dedicati ad altri progetti. Con We Are Love sembrano determinati a entrare in una nuova fase della loro carriera, innovando ma restando fedeli al passato che li ha plasmati come band. Dal disco traspare il lavoro creativo di un gruppo rinvigorito: senza dubbio il loro album più coeso di questo secolo, forse pari per coerenza solo all’amato debutto del 1990, Some Friendly.

Il gruppo è entrato in studio con l’eccezionale team di produzione composto da Dev Hynes e Fred Macpherson, con contributi di Stephen Street (The Smiths, Blur).

I due luoghi dove è stato registrato l’album sono particolarmente significativi: il loro spazio Big Mushroom a Middlewich, nel Cheshire, e – ancor più importante – Rockfield, in Galles. Nei pressi di quello studio di campagna, il loro primo tastierista Rob Collins morì in un incidente d’auto durante la lavorazione del loro disco più noto, Tellin’ Stories (1997).

Quell’evento continua a influenzare profondamente ciò che fanno. Si sente, ad esempio, nel brano d’apertura Kingdom of Ours. Sentiamo la presenza misteriosa di Collins nello studio, accompagnata dal verso: “This world couldn’t hold you / It just reached down, and it took you”. I Charlatans non sono estranei alla tragedia: hanno dovuto piangere anche la morte del batterista originale Jon Brookes. Il brano Glad You Grabbed Me offre invece una visione più dolce e celebrativa del passato: “Do you ever wonder / Where all the time goes / How wild the wind blows? […] Despite disagreements / And all of the mess we made / Love you madly”.

Quanto al suono, oltre alla voce acuta e incisiva di Burgess, le tastiere restano l’elemento distintivo: il potente riff di Deeper and Deeper e l’assolo in Many a Day a Heartache richiamano i groove che li resero riconoscibili negli anni ’90, in pieno afflato Madchester, fucina in cui convivevano acid house, shoegaze e Britpop. I Charlatans si mostrano debitori a ognuna di queste scene.

Il tono dei primi brani è cupo e poi pieno di desiderio, a volte nel giro di poche note. Il primo singolo, We Are Love, è tutto chitarra intricata e riff angolari: fonde Johnny Marr e Andy Gill. Ci sono nuovi soundscape, come in Appetite, o i field recording sulla riva di una spiaggia in Salt Water; e territori più familiari con For the Girls e la già citata Deeper and Deeper.

A differenza di altre band riemerse dopo lunghi silenzi – come Jesus and Mary Chain, My Bloody Valentine o Slowdive – i Charlatans sembrano essersi evoluti nel tempo. Tendiamo a dare per scontate la longevità e la reinvenzione, ma sono qualità rare. We Are Love è un’opera che non insegue il furore degli esordi: festeggia la loro storia senza compiacersene, reinventandola con grazia.

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