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Let The Good Times Be Never Ending, il titolo del settimo pezzo in scaletta nell’ultima fatica in studio dei Charlatans, suona come una promessa: continuare comunque. Nonostante la dipartita del batterista Jon Brookes, un musicista, un amico, pietra angolare del sound della formazione albionica. Modern Nature, dodicesimo LP di una carriera iniziata nel 1989, contiene le sue ultime registrazioni, mentre per le altre parti di batteria il gruppo inglese si è avvalso del contributo di Pete Salisbury (The Verve), Stephen Morris (New Order) e Gabriel Gurnsey (Factory Floor).
L’album è, per stessa ammissione di Tim Burgees e soci, dedicato all’amico scomparso nell’agosto 2013 («stavamo passando un’estate molto dolorosa quando lo abbiamo scritto. Abbiamo cercato di scrivere canzoni che ci potessero rendere felici»). Esempio lampante del nuovo corso, il singolo So Oh, perfetto meccanismo radio friendly, un ponte sonoro con i loro momenti più ispirati e leggeri, aggettivi intesi nel loro senso più nobile, a testimoniare la necessità – per tutti – di voltare pagina, (ri)aprendosi alla positività, unica alternativa possibile all’implosione.
Il disco, pubblicato via BMG Chrysalis, è prodotto dalla band con la collaborazione di Jim Spencer e mixato da Craig Silvey (Arcade Fire, Portishead, tra gli altri). Il risultato di questa lunga catarsi/sublimazione è un lavoro poliedrico, summa delle infinite esperienze maturate dal gruppo in questi anni. La scrittura spazia da reminescienze brit à la Tellin’ Stories (il chours in Come Home Baby) a echi di madchesteriana memoria (il beat di Talking in Tones). Il mood complessivo dei pezzi in scaletta è positivo (al netto della falsa partenza iniziale e di pochi altri momenti), quasi ad esorcizzare l’ultimo tribolato periodo con dosi massicce di soul.
Soluzioni piuttosto conservatrici per la verità, ma che mantengono nel complesso una inaspettata efficacia. Degne di nota le raffinatezze pop di Keep Enough e l’up tempo di Let The Good Times Be Never Ending, sorretto dall’organo di Tony Rogers, con il suo crescendo disco funk. Le scorie psych del precedente Who We Touch affiorano solamente nella successiva I Need You To Know, con la chitarra di Mark Collins assoluta protagonista, stavolta capace di regalare uno scenario spettrale, unica concessione ad un disco intriso di soul e, nonostante tutto, speranza.
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