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7.5

Di solito con i fenomeni musicali funziona così. Nascono più o meno spontaneamente in un posto, grazie a una serie di incroci e circostanze sociali e stilistiche che potremmo riassumere dietro il concetto di genius loci. Si crea quindi una matrice per cui quel fenomeno inizia a raccontarsi e a riconoscersi nei suoi codici espressivi. Poi però viaggia, si sposta, approda altrove, viene adottato da altre band che lo assimilano e ne costruiscono una loro versione, a volte perfino più vera del vero. Quante volte è capitato? Pensate ai britannici Bush, che suonavano più Seattle di Seattle stessa. Oppure ai Charlatans, che sembrano più Manchester di Manchester pur venendo da Northwich (buco di 20,000 abitanti) — da non confondersi con Norwich (non una metropoli ma comunque 200,000 abitanti eh) — una cittadina a metà strada tra Manchester e Liverpool.

Non è un dettaglio geografico da Wikipedia, ma è il punto in cui s’incrociano la voglia di melodia che viene da Liverpool e la voglia di ballare che viene da Manchester. I Charlatans stanno esattamente lì, debitori fino al midollo delle atmosfere e delle vibrazioni di Manchester, dell’Hacienda, della scena baggy e dell’esordio degli Stone Roses, ma anche del pop nella sua forma più assoluta, lo skiffle e il Merseybeat che innervano le tradizioni orali di Liverpool.

La storia comincia nel 1988 con Martin Blunt al basso, Jon Brookes alla batteria, John Baker alla chitarra, Rob Collins alle tastiere e, poco dopo, Tim Burgess alla voce. Non erano ragazzi cresciuti nell’orbita di Tony Wilson o Factory Records, ma sapevano leggere il vento che stava soffiando forte. Acid house, psichedelia anni ’60, northern soul e chitarre jangly, il tutto shakerato in quel calderone che sarebbe diventato — in una parola — Madchester.

Eppure i Charlatans non furono mai davvero degli outsider. Trovarono un posto quasi naturale in quel movimento perché possedevano una cosa semplice e fondamentale: sapevano scrivere canzoni che funzionavano. Più di altre band “di provincia”, riuscirono a diventare colonna sonora di pub e club, radio e rave, e a piazzare in cima a tutto un pezzo come The Only One I Know. Una “one hit wonder” che si candidò immediatamente a fotografia istantanea di quel periodo.

The Only One I Know esce nel maggio 1990 e fa subito il botto, entrando nella Top 10 nel Regno Unito, spalancando le porte a Some Friendly, il disco d’esordio. Il brano nasce in modo quasi casuale: Tim Burgess racconta di aver avuto la melodia in testa mentre era uscito a comprare le sigarette e di essere corso a registrarla per non perderla. Il titolo è un omaggio ai Sundays (grande band indie pop), ma la costruzione del pezzo è anomala, perché non esiste un vero e proprio ritornello: ogni parte funziona come hook, creando una spirale ipnotica e irresistibile. Il basso ruba qualcosa agli Stone Roses di She Bangs the Drums, la chitarra richiama You Keep Me Hangin’ On delle Supremes, e soprattutto c’è l’organo di Rob Collins a dare identità e corpo attingendo più agli anni Settanta (Deep Purple, no?) che alle vibes baleariche del periodo. A un certo punto, dopo il secondo coro, tutti gli strumenti spariscono lasciando solo il basso, per poi rientrare con potenza. Il video, girato in un magazzino di Sandbach, vide persino l’arrivo della polizia, convinta si trattasse di un rave illegale (era pure sempre l’inizio degli anni Novanta). Un pezzo che condensava l’energia del tempo, l’euforia, la psichedelia spicciola, la leggerezza. Un inno perfetto, anche se i Charlatans non erano di Manchester.

Ma Some Friendly, uscito nell’ottobre 1990, non è solo quel singolo. È un disco che, pur spesso ridotto a cornice della hit, racconta un’epoca meglio di tanti cofanetti e documentari. Registrato tra gli Strawberry Studios di Stockport e i Windings in Galles (uno studio ricavato da un deposito minerario), porta con sé il suono di un’Inghilterra di provincia che si inventa moderna e danzante tra organi Hammond, beat ipnotici e melodie malinconiche, con canzoni capaci di dialogare anche con contesto del periodo – ad esempio Opportunity, ispirata alle rivolte della poll tax a Londra – e la storia della musica (Polar Bear contiene allusioni a Beatles e Pixies; White Shirt a Felt mentre 109 Pt.2 ha un campione tratto da Angel Heart), senza escludere quel nerdismo tipicamente inglese legato alla toponomastica se è vero che Sproston Green prende il nome da una strada di Cheshire e diventa un classico dei live fino al 2022.

Forse i Charlatans non sono mai stati visionari puri come i Primal Scream di Screamadelica, o folli come gli Happy Mondays, ma proprio per questo risultavano più fedeli a un’idea di per così dire assoluta e documentale di Madchester: quotidiana, tangibile, vissuta. Una scena che non era fatta solo di capolavori, ma di tante band “medie”, amate proprio perché incarnavano la vita di tutti i giorni. Anche quando più tardi, negli anni Novanta, hanno flirtato col britpop (Tellin’ Stories del 1997, disco trainato dalla oasisiana One to Another), hanno sempre mantenuto quello spirito sospeso e un po’ fuori tempo che veniva da fine Ottanta.

A tenere insieme tutto c’è sempre Tim Burgess, personaggio chiave. All’epoca frontman carismatico, capelli a scodella e sguardo ingenuo, oggi figura rispettata e amata della musica britannica. La sua passione non si è mai fermata, anzi: grazie ai Listening Parties su Twitter, durante il lockdown, ha radunato migliaia di ascoltatori, e i suoi libri e podcast sono diventati punti di riferimento per chi ama scoprire musica, facendo in modo che l’interesse per i Charlatans non si spegnesse. La prova, insomma, che quella storia non era solo un giro di mode ma una autentica comunità, un modo di vivere la musica come condivisione.

E Some Friendly, con i suoi richiami a Liverpool (Sonic e i suoi slanci quasi skiffle), con le derive shoegaze qua e là, con le tastiere che citano addirittura gli Who (Sproston Green), resta la testimonianza di un momento irripetibile. Non solo il disco di The Only One I Know (coverizzata persino da Robbie Williams e Mark Ronson), ma un album che restituisce la dimensione reale, sporca e vitale, di ciò che è stata Madchester. Un documento che, al netto di tutte le semplificazioni, continua a parlarci con la voce di una band che non ha mai smesso di credere nella propria musica.

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