Recensioni

7

Uno vede i nomi coinvolti, coi The Body che ormai hanno collezionato più collaborazioni che album in solo a dimostrazione di una idea “partecipativa” e “confrontativa” che non si ritrova così spesso in ambiti estremi, e pensa immediatamente a un monolite nero pece di stampo sludge o doom o similia. E invece… come spesso accade, le aspettative vanno a farsi benedire, così come l’idea pregiudiziale di sapere già cosa si troverà. Quindi la somma delle parti non fa il totale: cupezza e disagio, una specie di trademark per The Body, così come reiterazione e ciclicità hypno, specie se provenienti dal trio canadese che ha geneticamente fatto suo una sorta di heavy sound minimalista, ci stanno tutte, ma l’ambito è davvero particolare perché semplicemente folk e acustico! Ovvero quanto di più lontano dai territori solitamente battuti dalle due formazioni.

Eppure… eppure Leaving Non But Small Birds funziona eccome con le sue ciclicità e le sue reiterazioni ipnotiche a bassa battuta che sembrano rimandare in circolo la lezione che fu di formazioni come The Band et similia, ma applicato a una sorta di concept costruito su traditional inglesi, canadesi e degli Appalacchi (c’è anche una versione bellissima della Black Is The Colour Of My True Love’s Hair già reinterpretata da un range che va da Nina Simone ai NWW) rivisti e reinterpretati per comporre, press dixit, «salmi per i dimenticati, trenodie per amori perduti e odi alla vendetta».

Vario e plumbeamente colorato – non cercate squarci di luce, non ne troverete, fatti salvi certi passaggi canori di Robin Wattie come in Once I Had A Sweetheart -, l’album vive di un mood generale scuro, ipnotico e notturno, in cui si stagliano composizioni ora più drammaticamente teatrali (Polly Gosford), ora più tese e minimalisticamente nervose (Oh Sinner), ribadendo la sensazione di piacevole sorpresa per questa sorta di outtake da una summer of love andata a male.

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