Recensioni

Pochi secondi della traccia di apertura Profane Prophecy fanno sospettare che i Crowes versione 2026 si siano mangiati una tribute band degli AC/DC (o viceversa). È tutto così arrogante e frontale, un’irruenza esposta che sembra voler spazzare le scorie e piallare il campo da gioco. Da cosa? Forse dai dubbi, dagli scrupoli, dai retropensieri mediatici. E da chissà cos’altro. Fatto sta che questa tabula rasa appare del tutto propedeutica a un album chiaramente intenzionato a sciorinare verve e umori, viscere e adrenalina, tumulto e crepuscolo, senza dover necessariamente fare i conti con quello che i Black Crowes sono stati, musicalmente e non solo. A mente e ruota libera, insomma. Ed è un bene.
Non che il risultato faccia gridare al miracolo: perché Il problema dei Crowes è il loro stesso punto di forza: un perimetro espressivo che abitano con maestria, ma dentro cui si agitano come vespe in una campana di vetro. Dominano la materia, ma in ogni timbro e parola affiora l’impossibilità di uscirne davvero, di far respirare la calligrafia. Che quindi somiglia sempre un po’ a una messinscena, certo, ma il punto è quanto risulti credibile, quanto sottile e porosa sia la membrana che la separa dal crogiolo che l’ha provocata. E qui, questi redivivi Crowes degli anni Venti, se la stanno cavando piuttosto bene.
Come già il buon Happiness Bastards di due anni fa, il nuovo A Pound of Feathers realizza una compenetrazione perfetta tra aspettative e impatto. Si tratta di blues-rock sudista, sudato, volutamente grezzo ma capace di sottigliezze e inabissamenti, con qualche riff di troppo ma esattamente quelli che servono per riempire un locale da ballo del Mississippi e far sobbalzare gli altoparlanti: tutto ciò è prevedibile, sì, ma come può e deve esserlo un farmaco o, meglio, il tuo bourbon preferito.
Qualche nota tecnica: il disco è stato scritto e registrato a Nashville con modalità “a pronta presa”, nel senso che sembra siano bastati solo dieci giorni per mettere tutto su nastro. Alla produzione è stato confermato Jay Joyce, giustamente visti i risultati ottenuti col disco precedente, mentre la band è ormai in tutto e per tutto costituita dai due fratelli Robinson, impegnati a incrociare i rispettivi istrionismi (voce ancora graffiante per Chris, chitarre fiammeggianti – basso incluso – per Rich) mantenendosi tuttavia devoti a senso e sostanza della canzone, di cui quasi mai si servono come fosse una palestra per flexare. Completano l’organico Erik Deutsch alle tastiere, il solido Cully Symington ai tamburi e le voci di Mackenzie Adams e Leslie Grant ad aspergere gospel sul composto.
Quanto ai pezzi, va messa agli atti una ballata intensa come Pharmacy Chronicles, notevole anche se forse un pizzico troppo pensata e articolata, quella Doomsday Doggerel che incede tra farneticazioni cinematiche col passo cupo di certi Led Zeppelin, la tracotanza da primi Aerosmith che pervade Cruel Streak, la malinconia bislacca di High and Lonesome (che affida al fiddle il compito di annusare il lato country della faccenda) e una Queen of the B-Sides che mette a nudo l’anima southern tra indolenzimenti acustici tanto essenziali quanto suggestivi.
Tirate le somme, è un disco onesto nel suo volersi sanguigno, impetuoso, estroflesso, programmaticamente sporco. Una prosecuzione della genuinità con altri mezzi, ovvero grazie a un mestiere così ostentato da coincidere col cuore incandescente del loro esserci e così strozzare nella culla il senso di artificio. I Black Crowes sembrano oggi una band che ha smesso di inseguire lo spettro della contemporaneità per limitarsi a fare musica: senza ansia da prestazione, versando dalla stessa coppa fiele e miele, con tutte le impurità – e, se serve, il caos – del caso.
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