Recensioni

“Cosa significa ‘originale? Non mi va di sbattere tra loro due rottami che recitano poesie e dire ‘questa è una novità.’ Noi suoniamo musica tradizionale. Musica etnica, insomma.” Così Chris Robinson, cantante e frontman dei Black Crowes, metteva il punto a ogni malinteso in occasione dell’uscita del suo primo album.
Chiarendo come la sua band non fosse una masticatrice di luoghi comuni come i farlocchi Guns n’ Roses e men che meno l’ennesima mediocre imbucata al karaoke di Exile On Main Street. Non che il ragazzo (bianco che voleva la pelle nera) e il fratello chitarrista Rich Robinson (Keith Richards senza droga più Duane Allman senza megalomania) facessero mistero delle proprie fonti d’ispirazione, al contrario. Solo che nel 1990 erano figure piuttosto strane nel pieno dell’acid techno e dei Primal Scream che – traendo però spunto da una rielaborazione di Sympathy For The Devil – abbattevano la barriera tra discotecari e rokkettari. Sembravano, grunge escluso, dei reazionari col quel guardare l’arco ‘69-’72 allorché tali rivolgimenti copernicani erano in corso. Lo capimmo col distacco e la calma che, viceversa, il ruolo dei Corvi Neri era quello dei meravigliosi artigiani come non ne nascono (quasi) più, dei custodi competenti e abilissimi di una tradizione che sin da Elvis era già un impuro crossover.
Dove soul e country, blues e boogie si impastano e stratificano sino all’indistinguibile facendo peraltro il botto di vendite. Nondimeno, la gavetta era iniziata nell’84 e in quei sei anni c’è una chiave fondamentale di grandezza, quando oggi ascolti ragazzetti che passano dallo spremersi i foruncoli a incidere dischi. Impossibile imporsi con autorevolezza in quel contesto se privi delle adeguate conoscenze storiche e tecniche: hai voglia a scopiazzare Faces, (parecchio Rod Stewart, ma pure Steven Tyler nell’ugola di Chris: vedi sopra) e Led Zeppelin, ma stai tranquillo che Rick Rubin e George Drakoulias mica s’accorgono che esisti e mai Jimmy Page suonerà con te. Non resterai vent’anni sulla scena senza smanie da star; siccome badi al sodo invece che al soldo, puoi dirti orgoglioso di una discografia sostanzialmente impeccabile. E che rinviene qui le proprie coordinate in una penna appuntita di melodie appiccicose, nella ritmica di possente elasticità e nei riff istantanei.
Lontani da una ben gestita tendenza alla jam che giungerà, i sudisti infilano con Chuck Leavell alle tastiere un gioiello dietro l’altro: omaggi a Otis Redding con i mezzi del Dirigibile che scalano le “charts” (Hard To Handle) e autografi singoli perfetti (Jealous Again); dimostrazioni di un cuore romantico (Seeing Things, Sister Luck, l’altra hit She Talks To Angels) mentre ci si lancia a tutta nel rock ‘n’ roll (Thick N’ Thin) assaporando le sfumature tra i due estremi (Twice As Hard, Struttin’ Blues). Standard compositivo che rimpiangiamo e che, smerciato in tre milioni di copie, diede il via a una carriera forse al definitivo capolinea (ma ci avevano già provato e vanamente, i fratelli, a separarsi…). Classica al punto che potevamo raccontarvi della completezza di Southern Harmony And The Musical Companion o del policromo Amorica e il discorso sarebbe rimasto immutato. (Non) solo rock and roll, e ci piace. Da matti.
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